Agricoltura immigrati
Agricoltura immigrati

Un sistema costruito sullo sfruttamento della disperazione e trasformato in business criminale: è questa l’immagine tracciata dalla Procura nel processo “Leone”, secondo filone dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, per il quale sono state chieste condanne fino a nove anni di reclusione.

Nel corso della requisitoria davanti alla Corte d’Assise, il pubblico ministero Vittorio Fava ha ricostruito il funzionamento dell’organizzazione, ritenuta perfettamente strutturata e capace di gestire ogni fase del meccanismo illecito. Al centro, secondo l’accusa, il reclutamento di giovani extracomunitari in condizioni di bisogno, ai quali venivano promessi lavoro e regolarizzazione in Italia attraverso contratti di assunzione fittizi predisposti con la complicità di imprenditori.

Un ruolo chiave sarebbe stato svolto anche da intermediari e operatori legati a uffici o servizi pubblici, in particolare mediatori culturali, che avrebbero facilitato le pratiche per l’ottenimento dei visti d’ingresso e dei permessi di soggiorno. In cambio, i lavoratori sarebbero stati costretti a versare somme consistenti, spesso sottratte ai loro risparmi, finendo poi impiegati in condizioni di sfruttamento, tra campi e aziende agricole, per poche decine di euro al giorno.

Secondo la ricostruzione accusatoria, ogni componente dell’organizzazione aveva un ruolo preciso: chi individuava i migranti, chi gestiva le pratiche amministrative, chi fissava le tariffe e chi forniva copertura imprenditoriale attraverso richieste di assunzione inesistenti. Un sistema che avrebbe trasformato l’ingresso regolare nel Paese in un meccanismo illecito finalizzato al profitto.