'Ndrangheta, professionisti in fila dal boss: gli investigatori svelano il radicamento del clan (NOMI)
Dalle estorsioni al voto di scambio: l'inchiesta "Tuono" squarcia il velo sulle infiltrazioni mafiose. La Procura chiede condanne record per oltre 170 anni di carcere
Rapporti diretti con la "casa madre" in provincia di Reggio Calabria, assistenza economica ai detenuti e un clima di omertà tale da azzerare denunce e querele. Sono questi, secondo il commissario dello Sco Marco Borrello, i pilastri che confermano il radicamento della 'Ndrangheta a Flero. Sentito in tribunale nell'ambito del processo scaturito dall'operazione "Tuono", l'investigatore ha descritto un quadro inquietante: il capannone di Stefano Tripodi era diventato meta di un vero e proprio «pellegrinaggio» di imprenditori e professionisti bresciani.
L'inchiesta della DDA di Brescia ha smantellato quella che viene considerata una "locale" capace di replicare al Nord le dinamiche criminali calabresi: dalle estorsioni al traffico di armi e droga, fino al condizionamento della vita pubblica e politica.
Secondo l'accusa, il gruppo guidato da Stefano e Francesco Tripodi vantava collegamenti solidi con i clan Alvaro e Mancuso. Nelle intercettazioni sarebbero emersi contatti con soggetti già condannati per associazione mafiosa, intercettati proprio all'interno delle aziende dei Tripodi. Tuttavia, durante il controesame, i difensori degli imputati hanno dato battaglia, contestando la mancanza di riscontri diretti su specifici episodi citati dagli inquirenti e chiedendo ulteriori prove sui contatti contestati.
Il processo vede tra i protagonisti anche figure insospettabili, come suor Anna Donelli. Secondo gli investigatori, la religiosa avrebbe agito come "postina" e intermediaria tra i detenuti e i clan, risolvendo conflitti interni e portando messaggi all'esterno. Accuse che la suora ha sempre respinto con forza, sostenendo che il suo operato fosse esclusivamente umanitario.
L'ombra del clan si sarebbe allungata anche sulla politica locale. Nel filone del rito abbreviato, la Procura ha già chiesto condanne pesantissime (complessivamente 177 anni di carcere), tra cui 20 anni per Francesco Tripodi e 9 anni per l'ex assessore di Castel Mella, Mauro Galeazzi, accusato di voto di scambio. L'obiettivo del gruppo sarebbe stato quello di influenzare appalti pubblici, come la realizzazione di una casa di riposo, infiltrando i gangli vitali del territorio.
Mentre le difese si preparano alle arringhe, il processo ordinario che vede coinvolto anche il medico ed ex consigliere Gianfranco Acri riprenderà il prossimo 17 marzo. Un dibattimento cruciale per capire quanto profondamente le radici della criminalità organizzata siano riuscite a penetrare nel tessuto economico e sociale bresciano, sfruttando silenzi e complicità inaspettate.
