'Ndrangheta, droga dalla Calabria all’Abruzzo: svelato l’asse del clan vibonese (NOMI)
Il boss e i suoi uomini abbiano usato un’azienda di prodotti tipici come paravento per spedizioni e movimentazioni di droga e denaro

Non più solo le Preserre vibonesi: il cuore pulsante degli affari del clan Maiolo di Acquaro batteva forte in Abruzzo. L’ultima inchiesta della Dda di Catanzaro cristallizza il ruolo della provincia di Pescara, e in particolare di Montesilvano, come snodo strategico nazionale per lo stoccaggio e lo smistamento di fiumi di marijuana. Un territorio scelto strategicamente dal boss Angelo Maiolo, convinto di poter operare lontano dai radar degli inquirenti calabresi dietro lo schermo di un’attività di prodotti tipici.
A incastrare i vertici dell'organizzazione sono state le comunicazioni intercettate su piattaforme criptate, dove gli indagati utilizzavano nickname suggestivi per pianificare i trasporti. Angelo Maiolo agiva con il nome in codice “Berlino”, mentre il suo autotrasportatore di fiducia, Francesco Carè, era per tutti “Jolly”. Nel novembre 2020, i due pianificano un carico da prelevare nel Lazio. Un soggetto ignoto scrive a Maiolo: «Vedete che sto aspettando che mi dicono se hanno scaricato l’erba a Civitavecchia». La risposta di "Berlino" è immediata: «Io aspetto che mi fate sapere così contatto l’autista». Poche ore dopo, il boss impartisce l’ordine definitivo al suo corriere: «Buongiorno compa – Per le 10 e 30 domani Civitavecchia – Scarico Pescara».
Il raggio d'azione della "holding" non si fermava a Civitavecchia. Nel dicembre 2020, gli inquirenti documentano il ritiro di 32 chili di marijuana nei pressi di Nettuno, destinazione Pescara. In questa fase entra in gioco un altro tassello dell'organigramma: Nicola Antonio Papaleo, alias “Monaco”. Le intercettazioni mostrano come Maiolo e Papaleo organizzassero non solo il movimento dello stupefacente, ma anche i flussi finanziari, come il recupero di ingenti somme di denaro da consegnare nell'area di Cinecittà, a Roma, a soggetti ancora non identificati. In un altro episodio chiave, ben 50 chili di marijuana vengono prelevati nella Capitale per essere stoccati in due depositi differenti nel pescarese, pronti per essere immessi sul mercato.
A confermare la solidità di questo asse criminale sono anche le rivelazioni del collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena. Secondo il pentito, i Maiolo erano perfettamente inseriti nel tessuto criminale abruzzese tra Teramo e Pescara. L'attività di narcotraffico veniva abilmente occultata: «L’attività viene occultata dal paravento di un’azienda che si occupa della commercializzazione di prodotti tipici calabresi e che opererebbe, almeno formalmente, in quell’area geografica», ha dichiarato Arena ai magistrati.
Un sistema quasi perfetto che trasformava il "made in Calabria" in un cavallo di Troia per i carichi di droga, oggi smantellato grazie alla decodificazione di quelle chat che i boss credevano inviolabili.
