Condanne pure per il fratello ed il cognato, quest'ultimo ritenuto il boss dell'omonimo clan operante nel quartiere Gebbione di Reggio Calabria

Concorso esterno in associazione mafiosa. Questo il reato per il quale il Tribunale collegiale di Reggio Calabria ha condannato Gianni Remo, ex vicepresidente della Reggina calcio, a 15 anni di carcere. Stessa pena anche per il fratello Pasquale Remo. Entrambi i fratelli sono noti operatori economici reggini nel settore della vendita delle carni all'ingrosso. A 22 anni per associazione mafiosa è stato invece condannato Michele Labate, cognato di Gianni Remo e ritenuto il boss del quartiere Gebbione di Reggio Calabria. Assolta Maria Romeo, moglie di Gianni Remo.

Secondo l'indagine coordinata dal pm della Dda, Stefano Musolino, Michele Labate e i Remo avrebbero tentato di imporre a tutti gli esercizi commerciali della zona Sbarre e Gebbione la fornitura della loro carne, pena pesanti ritorsioni. La titolare di un supermercato, stanca delle vessazioni della cosca Labate, ha però denunciato tutto alla Dda testimoniando dinanzi al Tribunale sulle intimidazioni subite. Nel mirino dei Remo e di Michele Labate sarebbe finito pure Umberto Remo, zio di Pasquale e Gianni, e pure lui attivo nella commercializzazione della carne. Dalle intercettazioni disposte per la cattura dell'allora latitante Michele Labate, sarebbero emerse le "pressioni" ricevute da Umberto Remo dai suoi stessi nipoti, Gianni e Pasquale Remo, che gli avrebbero sottratto la clientela con minacce indirizzandola verso imprese "riferibili alla comune cosca di ndrangheta" dei Labate. Remo e Pasquale Remo avrebbero poi costretto lo zio Umberto a cedere un capannone industriale a un prezzo inferiore a quello di mercato. Giovanni Remo è stato vicepresidente della Reggina calcio quando la squadra amaranto militava in serie A. (g.b.)

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