Il Vibonese piange Salvatore Di Mase: un insegnante che sapeva ascoltare
Toccanti le parole di don Pasquale Sposaro, durante la sentita e partecipata celebrazione
Pizzo ieri si è fermata. Lo ha fatto nel silenzio composto delle giornate che il paese riconosce subito: quelle in cui il dolore non appartiene più soltanto a una famiglia, ma diventa collettivo. Nella chiesa della Resurrezione di Gesù si sono svolti i funerali di Salvatore Di Mase, docente di sostegno del liceo artistico “D. Colao”, morto nei giorni scorsi al Policlinico Umberto I di Roma dopo una malattia tanto rapida quanto crudele.
Attorno al feretro si sono stretti parenti, amici, colleghi, studenti. Una presenza continua, iniziata già dalla camera ardente allestita presso la Casa funeraria Agrippino, meta per ore di un via vai discreto e commosso. Segno evidente di quanto Di Mase fosse conosciuto e stimato ben oltre le mura della scuola.
A ricordarlo, nei messaggi affidati ai manifesti e nei racconti sussurrati fuori dalla chiesa, è stato soprattutto il tratto umano. Il dirigente scolastico Raffaele Suppa e i colleghi del liceo artistico hanno parlato di un insegnante capace di fare del sostegno non un ruolo burocratico, ma una missione quotidiana, fatta di ascolto, pazienza e presenza.
Nella sua omelia, don Pasquale Sposaro, sacerdote e collega del docente scomparso, ha voluto richiamare concetti densi di significato, capaci di abbracciare varie branche del sapere. “Perchè Omero chiama gli uomini i mortali? Brotòs -ha chiarito il sacerdote - non è solo colui che può morire, ma chi è fatto, impastato, essere per la morte per vivere in maniera autentica”.
Ed ancora: “La frase che si legge nell’Ecclesiaste, nel libro di Qoèlet, per cui “tutti noi abbiamo i giorni contati” significa che “la vita è hebel, soffio in ebraico, un battito di ciglia. I nostri giorni sono contati, il nostro transito sotto il sole è rapido”. Poi, richiamando l’Apocalisse: “Le azioni umane sono registrate nei "libri". Il "Libro della Vita" determina la salvezza finale: chi non è scritto in esso viene separato definitivamente da Dio.
Il parroco ha ripetutamente richiamato “la vittoria finale della vita sulla morte e la creazione rinnovata, dove il peccato e la separazione (mare) non esistono più.
L'interpretazione predominante -ha sottolineato don Sposaro - non intende questi eventi in senso strettamente cronologico, ma come una rivelazione simbolica della vittoria di Dio sul male e della giustizia divina che premia la fedeltà dei santi”.
Analitica la rilettura del Vangelo: “La oikía toû Patrós (οἰκία τοῦ Πατρός), la casa del Padre, è descritta come luogo di monaí (μοναί), dimore, dal verbo ménō (μένω), dimorare, restare, abitare. Il verbo ménō è uno dei più carichi nel Vangelo di Giovanni: ricorre oltre quaranta volte. Non indica un soggiorno provvisorio, ma una comunione stabile e reciproca, il ménein en (μένειν ἐν) che caratterizza l’unione dei tralci con la vite (Gv 15).
È la pienezza di quella comunione che già ora inizia nell’incontro con Cristo.
La via di Cristo non si percorre da soli, ma nella koinōnía di una comunità che si prende cura dei suoi esclusi. La casa del Padre non è una meta privata, ma uno spazio condiviso.
E la zōḗ, la vita piena, non inizia dopo la morte: inizia ora, ogni volta che la comunione viene ricostruita”.
Non è mancato un riferito alla comunità scolastica degli Istituti “Morelli-Colao” di Vibo Valentia “che costernata partecipa la sua prossimità alla consorte Stefania Giaretto, al figlio Alessio nostro alunno”.
Come pure il dolore “della città e del mondo sociale, Associazione di Volontariato Clown nata per portare il sorriso e l’allegria in corsia e in tutte le situazioni di disagio fisico e sociale di cui Salvatore era primo attore”. Prima della chiusura le parole profonde della docente Domenica Greco, in rappresentanza del liceo Colao, oltre che quelle del dirigente Raffaele Suppa, rappresentato dalla sua vicaria, Maria Luisa Grillo.
Aveva 61 anni, Salvatore Di Mase. Un’età in cui si immaginano ancora progetti, non commiati. E forse per questo la sua scomparsa ha lasciato un senso di incredulità difficile da colmare.
