Prosegue davanti al Tribunale di Palmi la vicenda giudiziaria legata alla morte del piccolo Matteo, deceduto durante il parto avvenuto all’ospedale di Polistena nella notte tra il 26 e il 27 luglio 2024. I nonni paterni e materni del bambino hanno annunciato la volontà di costituirsi parte civile nel procedimento penale a carico delle due ostetriche rinviate a giudizio con l’accusa di omicidio colposo in cooperazione, per presunte condotte caratterizzate da imprudenza e negligenza. La nuova udienza preliminare, inizialmente fissata per il 9 luglio 2026 e rinviata per un difetto di notifica nei confronti di una delle imputate, è stata aggiornata al prossimo 29 ottobre. Secondo la ricostruzione della Procura di Palmi, la vicenda avrebbe avuto origine durante una gravidanza giunta alla quarantesima settimana e fino a quel momento priva di criticità. La donna, F.S., era stata ricoverata nel reparto di ostetricia per il travaglio e, intorno alle 20.30, il ginecologo di turno aveva disposto la somministrazione di ossitocina e il monitoraggio cardiotocografico continuo. Dalle indagini sarebbe emerso che, a partire dalle 21.25, il tracciato avrebbe evidenziato una prolungata e profonda decelerazione della frequenza cardiaca fetale, con valori inferiori ai 100 battiti al minuto. Un quadro che, secondo le consulenze richiamate dalla Procura e secondo le Linee guida della Società italiana di ginecologia e ostetricia, avrebbe richiesto un intervento immediato. L’accusa sostiene che le ostetriche in servizio non avrebbero riconosciuto i segnali di sofferenza fetale, non avrebbero richiesto tempestivamente l’intervento del ginecologo e avrebbero interrotto il monitoraggio cardiotocografico per un lungo periodo, tra le 22.20 e le 23.55. Solo alla ripresa del controllo sarebbero emerse ulteriori alterazioni del tracciato, quando però, secondo l’ipotesi accusatoria, non sarebbe stato più possibile evitare l’esito tragico. 

Il feto sarebbe deceduto per anossia cerebrale intrapartum acuta tra le 00.15 e le 00.23 del 27 luglio. Secondo la consulenza medico-legale affidata dalla Procura al dottor Giovanni Andò e alla professoressa Alfonsa Pizzo, un intervento chirurgico tempestivo avrebbe consentito un parto cesareo entro le 22.30, con una probabilità di nascita in vita definita dagli esperti “prossima alla certezza”. Parallelamente al procedimento nei confronti delle ostetriche, la Procura aveva chiesto l’archiviazione per altri cinque sanitari, tra cui il ginecologo, il pediatra e tre operatori dell’ospedale di Polistena. Contro questa richiesta gli avvocati Antonino Napoli, difensore del nonno paterno Giovanni Russo, e Francesco Cardone, difensore dei nonni materni Isabella Minniti e Giuseppe Sorrenti, insieme alle altre persone offese, avevano presentato opposizione richiamando il principio della responsabilità d’équipe e il ruolo di vigilanza attiva del medico nella gestione del percorso assistenziale. La giudice per le indagini preliminari Francesca Mirabelli ha accolto l’opposizione nei confronti del ginecologo, disponendo ulteriori approfondimenti investigativi entro sei mesi. In particolare, sono stati richiesti accertamenti sulla possibile collocazione temporale di una seconda visita alla madre, sulla conformità della condotta del sanitario alle linee guida e sulle annotazioni contenute nella cartella clinica, tra cui l’indicazione dell’indice Apgar del neonato riportato con valore 3 anziché 0. 

Nei prossimi passaggi processuali i familiari del piccolo Matteo intendono quindi chiedere il riconoscimento della loro posizione nel procedimento. Negli atti predisposti dai legali viene indicata come responsabile civile l’Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria, datrice di lavoro delle due imputate. La richiesta si fonda anche sull’orientamento della Corte di Cassazione secondo cui la perdita del feto può determinare un danno risarcibile assimilabile alla perdita del rapporto parentale, riconoscibile non soltanto ai genitori ma anche ai nonni, in considerazione del legame affettivo che può instaurarsi già durante la vita prenatale. Il procedimento resta in corso e, come previsto dalla legge, per gli imputati permane la presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva.