Omicidio Di Leo, sentenza shock in Corte d'Assise: è il Dna a scagionare il presunto killer
Ha incastrato Massimo Bossetti, l'operaio bergamasco condannato all'ergastolo per la morte della povera Yara Gambirasio, è riuscito a scagionare Francesco Salvatore Fortuna, 38 anni di Sant'Onofrio, che in primo grado era stato condannato a trent'anni di carcere e ieri è stato assolto dalla Corte d'Assise d'Appello: il test del Dna ha avuto un ruolo-chiave nella sentenza emessa dai giudici per l'omicidio di Domenico Di Leo, avvenuto a Sant'Onofrio nel luglio del 2004.
La prova...inconfutabile. Il Dna era stato estratto dal guanto di lattice ritrovato nella vettura usata dal commando per fare fuoco contro la vittima e comparato con quello del presunto autore. Ma evidentemente dalla sovrapposizione sarebbero emersi dati inconfutabili che hanno portato i giudici a decidere per l'assoluzione. Una sentenza clamorosa, ma inequivocabile. Francesco Fortuna "non ha commesso il fatto".
I legali dell'imputato. La difesa dell'imputato aveva molto insistito sul fatto che l'esame fosse "scientificamente non esatto" poichè "non è stata applicata la procedura prevista e non sono stati rispettati i protocolli internazionali". Anche in primo grado, le inesattezze sarebbero emerse. Tant'è che il pm aveva richiesto un incidente probatorio e il perito aveva confermato "errori in tutta la procedura". Fortuna, tuttavia, era stato incastrato anche dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Andrea Mantella che era alla guida della macchina con a bordo i killer.

Il movente del delitto. Non sarebbe stato un unico movente a determinare l’omicidio: le frizioni che, in quel determinato periodo storico, erano emerse all’intero del clan Bonavota e che portarono all’eliminazione di diversi suoi componenti e il fatto che Di Leo avrebbe offeso uno dei Bonavota, intrattenendo una relazione sentimentale con la cugina, sarebbero stati solo alcuni dei motivi per i quali Di Leo andava fatto fuori. Alla base del delitto c’erano molto di più, c’erano interessi economici e per gli inquirenti determinante sarebbe stato l’episodio che si era verificato nella zona industriale di Maierato immediatamente prima dell’omicidio, quando Di Leo aveva “cacciato” gli operai che, per conto di Domenico Bonavota, dovevano effettuare gli scavi per la realizzazione di un bar nella zona industriale di Maierato, da intestare alla moglie di Nicola Bonavota e Rosa Serratore. La vittima, inoltre, era ritenuta responsabile del collocamento di un ordigno che aveva distrutto una concessionaria di autovetture ubicata allo svincolo autostradale di Sant’Onofrio. E poi c’era il timore che Di Leo potesse porre in essere azioni nei confronti di altri esponenti del clan, in ragione della sua caratura criminale e della “voglia” che stava maturando di imporsi nell’ambito della consorteria e sul territorio.
