Ha incastrato Massimo Bossetti, l'operaio bergamasco condannato all'ergastolo per la morte della povera Yara Gambirasio, è riuscito a scagionare Francesco Salvatore Fortuna, 38 anni di Sant'Onofrio, che in primo grado era stato condannato a trent'anni di carcere e ieri è stato assolto dalla Corte d'Assise d'Appello: il test del Dna ha avuto un ruolo-chiave nella sentenza emessa dai giudici per l'omicidio di Domenico Di Leo, avvenuto a Sant'Onofrio nel luglio del 2004.

La prova...inconfutabile. Il Dna era stato estratto dal guanto di lattice ritrovato nella vettura usata dal commando per fare fuoco contro la vittima e comparato con quello del presunto autore. Ma evidentemente dalla sovrapposizione sarebbero emersi dati inconfutabili che hanno portato i giudici a decidere per l'assoluzione. Una sentenza clamorosa, ma inequivocabile. Francesco Fortuna "non ha commesso il fatto".

I legali dell'imputato. La difesa dell'imputato aveva molto insistito sul fatto che l'esame fosse "scientificamente non esatto" poichè "non è stata applicata la procedura prevista e non sono stati rispettati i protocolli internazionali". Anche in primo grado, le inesattezze sarebbero emerse. Tant'è che il pm aveva richiesto un incidente probatorio e il perito aveva confermato "errori in tutta la procedura". Fortuna, tuttavia, era stato incastrato anche dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Andrea Mantella che era alla guida della macchina con a bordo i killer.

Francesco Fortuna
L’inchiesta. Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri sono partite dal taglio di mille ulivi risalente al 2011 a titolo di estorsione ai danni di una cooperativa con scopi benefici gestita anche da religiosi a Stefanaconi, conclusasi con l’arresto dei vertici del clan dei Bonavota. Fortuna, finito in manette il 13 gennaio 2016, era stato “incastrato” dai guanti di lattice che comparati con il suo dna hanno consentito ad inquirenti e investigatori di fare quadrato su un omicidio efferato, dove all’epoca dei fatti furono trovati ben 45 bossoli di fucile, pistola e kalashnikov. All’arresto hanno anche contribuito le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Raffaele Moscato che ha raccontato come Fortuna era solito nascondere in tasca i mozziconi di sigaretta perché nessuno potesse risalire al suo dna. L’attività di indagine ha permesso di ricostruire tutta la vicenda che ha portato all’eliminazione di Di Leo, divenuto “pedina” scomoda per il suo clan.

Il movente del delitto. Non sarebbe stato un unico movente a determinare l’omicidio: le frizioni che, in quel determinato periodo storico, erano emerse all’intero del clan Bonavota e che portarono all’eliminazione di diversi suoi componenti e il fatto che Di Leo avrebbe offeso uno dei Bonavota, intrattenendo una relazione sentimentale con la cugina, sarebbero stati solo alcuni dei motivi per i quali Di Leo andava fatto fuori. Alla base del delitto c’erano molto di più, c’erano interessi economici e per gli inquirenti determinante sarebbe stato l’episodio che si era verificato nella zona industriale di Maierato immediatamente prima dell’omicidio, quando Di Leo aveva “cacciato” gli operai che, per conto di Domenico Bonavota, dovevano effettuare gli scavi per la realizzazione di un bar nella zona industriale di Maierato, da intestare alla moglie di Nicola Bonavota e Rosa Serratore. La vittima, inoltre, era ritenuta responsabile del collocamento di un ordigno che aveva distrutto una concessionaria di autovetture ubicata allo svincolo autostradale di Sant’Onofrio. E poi c’era il timore che Di Leo potesse porre in essere azioni nei confronti di altri esponenti del clan, in ragione della sua caratura criminale e della “voglia” che stava maturando di imporsi nell’ambito della consorteria e sul territorio.