Siamo nel mese di luglio del 1982. L’Italia calcistica ha appena vinto i campionati del mondo. Ovunque è festa, letizia, voglia di futuro, sapore di sale, di mare e di pallone. Ovunque si festeggia. I giornali in quei giorni dedicano interviste e inserti a non finire ai protagonisti dell’eroico mondiale (io conservo ancora la copia di Gazzetta del Sud con il titolo a tutta pagina “Campioni del mondo”) e in quelle di cronaca al mostro di Firenze e alle due ultime vittime di una lunga carneficina che sembra non avere fine: Paolo Mainardi e Antonella Migliorini di 22 e 19 anni aggrediti in auto, dopo essersi appartati in cerca di intimità.

Ma andiamo direttamente al cuore della nostra storia. Quella mattina, tra il 13 e il 20 luglio, io avevo appena avuto ospite negli studi di Radio Paravati un italo-argentino, in vacanza presso alcuni parenti di un paesino del circondario, reduce dalla guerra delle Falkland combattuta tra Argentina e Inghilterra tra l’aprile e il giugno di quell’anno. Di quella intervista devo dire la verità non ricordo né il volto del protagonista né i contenuti di quell’incontro. Ma al contrario ricordo bene lo strano personaggio che mi venne incontro una volta uscito dalla sala di registrazione. Un uomo sui 45, 50 anni alto, dal sorriso pieno e dallo sguardo perso in un altrove distante dalla realtà. Mi disse guardandomi negli occhi con un linguaggio convinto, calibrato e imperioso di essere un medico psichiatra, ex primario ospedaliero di una cittadina del profondo nord, estromesso dal suo incarico per le sue teorie altamente rivoluzionarie nella cura delle malattie mentali. Cure di cui nessuno a suo dire aveva capito l’importanza e l’alto valore scientifico che se coltivate avrebbero potuto portarlo all’assegnazione del Nobel. Mi mostrò anche il suo bigliettino di visita con i titoli accademici bene in mostra e i suoi numeri di telefono.

"Ne ho ben tre - mi disse - con spiazzante e adolescenziale tonalità, quasi come se la presenza di più recapiti telefonici fosse la parte più considerevole del suo cartoncino bianco. Un segno considerevole del suo ruolo. Si piazzò, quindi, con un salto felino improvviso dietro il tavolo di regia dove tirò fuori da una borsa gli “attrezzi” da viaggio per farsi la barba. Alla fine si cosparse, felice comune un pasqua, di lavanda. Io e il tecnico di turno in sala regia lo lasciammo fare, incantati dal suoi modi bizzarri e nello stesso tempo gentili, senza battere ciglio.

Finita “l’operazione” mattutina l’ex primario o presunto tale, ma questo poco importa, volle ricompensarci, per il disturbo, con una banconota di 10 mila lire. Noi provammo a rifiutare ma il nostro curioso ospite fu irremovibile nella sua decisione. Fu lui stesso poi a spiegarci che era venuto a Paravati per incontrare Natuzza Evolo, dopo un servizio letto su un settimanale a larga diffusione nazionale. “Sono venuta ad incontrarla - ci disse per capire se Dio esiste davvero. Se è vero come dice mia mamma che l’Angelo mi protegge lungo il mio cammino, per chiedere alla Madonna di pregare, per comunicare a Padre Pio che gli voglio bene ed, infine, se riuscirò prima o poi a ritornare a fare il primario per aiutare i sofferenti”. Il suo linguaggio era colto, educato, frutto sicuramente di un’educazione antica e di lunghi anni di studi sui libri.

L’uomo si allontanò, quindi, diretto verso la casa di Fortunata Evolo distante dalla sede della Radio solo pochi metri. Il suo sguardo era fiero. Il suo passo era deciso. Giunto a destinazione lo vidi entrare nella piccola cappella adiacente alla casa di Natuzza dove venivano ricevuti i tanti devoti della mistica con le stimmate che parlava con gli angeli e con i defunti.

Il resto di questa storia non la conosciamo. Ma ci piace credere che in quella estate ormai lontana, odorane di calcio e di trionfi, quell’uomo giunto sin qui dal profondo Nord e divorato dai fantasmi della mente, dopo l’incontro avuto con la futura Serva di Dio, sia riuscito, finalmente, a trovare la Via giusta e la Pace. Che è poi sono quelle che ognuno di noi cerca ogni giorno. Nei gesti, negli sguardi, quando il sole sorge maestoso e nella poetica e pensante penombra della sera. .