Rinascita-Scott, Elisabetta Melana: "I fratelli Accorinti sparavano a tiro a segno vicino al cimitero"
Armi, droga e attività di irrigazione che avrebbe prosciugato la conduttura idrica di due frazioni del Comune di Zambrone. Questi i principali argomenti affrontati da Elisabetta Melana, compagna di Ambrogio Accorinti, fratello del presunto boss del Poro, nei verbali del processo “Rinascita-Scott”. Come riferisce nei dettagli il "Quotidiano del Sud, la testimone di giustizia ha fatto mettere nero su bianco particolari inquietanti. “Più volte, anche in epoca recente – ha dichiarato la donna- il mio convivente Ambrogio mi disse che "al pagliaio" aveva un fucile e che mi avrebbe ucciso. So che di recente in un pagliaio, ubicato nelle vicinanze del nostro capannone, sono state rinvenute delle armi e posso riferire per certo che il mio convivente in quel luogo ha effettuato dei lavori, sistemando nel tempo il locale”.
Dai verbali, risulta che la testimone di giustizia ha saputo tramite una parente che il cognato “Pietro Accorinti e suo fratello Giuseppe erano soliti utilizzare delle armi nelle vicinanze del cimitero, nel senso che sparavano a tiro a segno; questo me l'ha detto questa persona in cui io stessa, sentendo gli spari, mi chiedevo cosa stesse succedendo dal momento che non era periodo di caccia e lei mi spiegò che Pietro e Giuseppe, come spesso accadeva, provavano delle armi in quel terreno”. La donna non nega poi la paura vissuta dalla comunità di Zungri nei confronti di Peppone e della famiglia Accorinti. “Se non facevano quello che volevano gli incendiavano i capannoni o commettevano altri danneggiamenti”. Ed ancora: “tutti coloro i quali venivano a trovarci, si rivolgevano al mio convivente o ai fratelli Pietro e Giuseppe per recuperare la refurtiva forse perché Giuseppe a Zungri è considerato come un Dio. Venivano a trovare principalmente lui, in caso contrario si rivolgevano al mio convivente. Spesso Giuseppe Accorinti era solito ricevere dei negali da diversi soggetti anche provenienti dalla Sicilia”.
Elisabetta Melana passa poi in rassegna le presunte attività illecite legate principalmente alla coltivazione di marijuana messe in campo dai fratelli Accorinti. "Sono a conoscenza che i tre fratelli Pietro, Ambrogio e Giuseppe Accorinti coltivano della canapa indiana. – ha raccontato la testimone di giustizia- In una circostanza, circa 26 anni la, ho notato personalmente che i tre coltivavano delle piantagioni di canapa indiana. So per certo che fino ad oggi tutti continuano tale attività, tanto è vero che di recente il mio convivente mi chiese di andare a zappare “il peperoncino”, ma io rifiutai. In tale occasione lui si lamentò dicendo che le mogli di tutte le altre persone andavano a zappare ed io - intuendo che si trattava di coltivare lo canapa indiana - gli risposi che non volevo finire in carcere”.
La donna ha poi dichiarato di aver compreso che il proprio convivente assieme ad un’altra persona si “stava occupando dell'irrigazione per la coltivazione di marijuana dal fatto che la fontana presente nelle frazioni Daffinà e Daffinacello del comune di Zambrone è stata lasciata aperta, facendo restare senza acqua la zona. Di questo Ambrogio fu avvertito da una persona che non ricordo come si chiama, la quale gli disse di non avvicinarsi alla fontana, evidentemente per la natura illecita delle attività di irrigazione in questione”. Circostanza che avrebbe fatto scaturire le lamentele di Ambrogio, secondo quanto riportato dalla testimone, con la persona con cui si occupava dell’attività, ritenendola responsabile di quanto accaduto.
