di VINCENZO VARONE

Il Vibonese è terra di sole, di mare e di salsedine che ristora l’anima e il cuore degli uomini. Terra di accoglienza, di storia antica e di civiltà vera. Ma anche terra di mafia, di crimine balordo e di sangue innocente versato, come quello di Francesco Prestia Lamberti, di Matteo Vinci e di Soumalia Sacko per rimanere solo agli ultimi efferati delitti che hanno sconvolto il nostro territorio. Crimini orrendi e insensati che reclamano giustizia. Giustizia fino in fondo e verità vere. Senza se e senza ma.




Ucciso dall'amico. Francesco Prestia Lamberti, miletese nel sangue e nel cuore, era un ragazzo alla soglia dei 16 anni che amava la vita, il calcio, gli amici. E’ stato ucciso a colpi di pistola la sera del 29 maggio 2017,e poi ritrovato con le mani in tasca, in località “Vindacitu” in mezzo agli uliveti delle campagne assolate di Calabrò, tra i comuni di Mileto e di Francica. Un delitto brutale e insensato con più di un cono d’ombra e tantissimi dubbi sia sul luogo che sullo scenario, nonché su eventuali complicità. Dell’omicidio, che ha profondamente turbato l’intero Vibonese, si è autoaccusato un altro quindicenne che la sera stessa ha indicato ai carabinieri il posto in cui, a suo dire, sarebbe stato consumato il crimine al culmine di una lite che sarebbe scaturita da questioni banali di natura sentimentale, ma senza però far rinvenire, particolare non di poco conto, l’arma utilizzata per compiere il delitto, una pistola calibro 6 e 35 che il reo confesso avrebbe sottratto ad un suo parente stretto. Dal giorno dell’omicidio la famiglia Prestia chiede che venga fuori tutta la verità. “Ad un anno esatto dalla morte di mio figlio - ha dichiarato nel giorno dell’anniversario della morte del figlio Marzia Luccisamo - non è stata ancora fatta luce su quanto è esattamente accaduto. Il responsabile dell’omicidio di mio figlio - ha affermato - continua, infatti, a non parlare ed inoltre quanti sono a conoscenza di particolari continuano a tacere”. Il sospetto della famiglia è che i protagonisti di quella tragica sera siano stati più di uno. Persone al momento ignote protette dal muro di silenzio di chi nella cittadina normanna continua a non parlare. Intanto giusto l’altro ieri il quindicenne reo confesso dell’omicidio è stato condannato con il rito abbreviato dal Tribunale dei minori di Catanzaro alla pena a 14 anni di reclusione.

Dilaniato da un'autobomba. Matteo Vinci, 42 anni, da tutti definito una brava persona - una laurea sudata e un futuro davanti con una ragazza argentina che presto avrebbe voluto portare all’altare - è morto a Limbadi il 9 aprile scorso a causa dell’esplosione di una bomba collocata nella sua auto che stava percorrendo come quasi ogni giorno una stradina della frazione San Nicola dopo una giornata di lavoro trascorsa in campagna. L’esplosione, udita a distanza, ha anche causato il ferimento del padre Francesco. Un fatto di cronaca terribile che ha avuto come bersaglio due persone normali dedite al lavoro e alla famiglia. Due cittadini onesti figli di una Calabria fatta di sudore e di amore per la propria terra decisi a difendere fino in fondo i propri diritti. Da quel giorno la madre della vittima Rosaria Scarpulla, con il suo sguardo dignitoso di donna del Sud, non riesce a darsi pace e a più riprese coraggiosamente - affiancata dall’avvocato De Pace che dal 2014 assiste lei e la sua famiglia in una controversia legale - non solo ha chiesto giustizia e verità ma ha anche fatto nomi e cognomi precisi. Con decisione e senza mai indietreggiare di un millimetro.




Ammazzato da un cecchino. Soumalia Sacko, 29 anni, migrante maliano, sindacalista - che sognava una vita diversa e soprattutto un futuro lontano dalla povertà cronica del suo paese d’origine - è stato ammazzato a fucilate nell’area dell’ex fornace “La Tranquilla” di San Calogero, lungo la statale 18 che da Mileto porta a Rosarno, nei pressi del bivio per Calimera. Il giovane – che in quel momento si trovava insieme ad altri suoi connazionali rimasti feriti - è stato colpito dai colpi d’arma da fuoco mentre era alla ricerca di materiale in particolare lamiere da utilizzare nella tendopoli di San Ferdinando. Materiale di nessun valore che alla sua gente era utile per ripararsi dalle intemperie. Soumalia è morto, dunque, per nulla. Una vita spezzata nel giorno della Festa della Repubblica. Un delitto assurdo per il quale è accusato Antonio Pontoriero, un 43enne di San Calogero, sul quale pesano gravi indizi.

Uccisi per nulla. Francesco, Matteo e Suomualia sono tre vittime innocenti di questo nostro tempo torbido dove si uccide per nulla. Per gelosia, per un pezzo di terra e perfino per una lamiera arrugginita. Alle istituzioni, nessuna esclusa, e a noi cittadini che viviamo in questa fetta di terra di poco più di 150 mila abitanti, il compito di un esame di coscienza; di farci portatori di cultura vera; di parole di pace e di speranza, nonché di liberarci alle maschere omertose, dai luoghi comuni e dal silenzio complice che spesso avvolge le nostre contrade. Prima che sia troppo tardi