Non erano pazienti, ma codici fiscali da trasformare in denaro contante. Un giro d’affari spregiudicato, costruito su un silenzio assordante: quello dei controlli che per anni non hanno visto – o non hanno voluto vedere – una voragine di quasi tremila pratiche irregolari per il rimborso di protesi acustiche. L’indagine dei Finanzieri del Gruppo di Lamezia Terme, coordinata dalla Procura locale, scoperchia un sistema radicato tra le corsie degli ospedali e gli uffici di società private, portando al sequestro d’urgenza di tre aziende ritenute il braccio operativo della frode.

Il meccanismo era una catena di montaggio del falso. Al centro dell'inchiesta sono finiti tre dirigenti medici della SOC di Otorinolaringoiatria del "Pugliese-Ciaccio" (oggi Azienda Dulbecco) e un medico del Distretto di Lamezia Terme. Secondo l'accusa, i "camici bianchi" firmavano tutto il necessario per sbloccare i fondi pubblici: impegnative per visite mai effettuate, esami audiometrici inventati di sana pianta e verbali di collaudo per dispositivi mai verificati.

I numeri sono impietosi: delle 2.900 pratiche analizzate, non vi è traccia di prenotazioni al CUP o registrazioni ufficiali. Persino quando i pazienti venivano trasportati in gruppo in ospedale, la loro presenza non veniva mai messa a referto. Erano fantasmi necessari solo a giustificare la fattura successiva.

Il lato più oscuro della vicenda emerge dalle testimonianze dei pazienti, trattati come semplici ingranaggi di una truffa miliardaria. Il cinismo dei sodali non si fermava nemmeno davanti alla salute: un uomo ha scoperto per caso di non aver alcun problema uditivo dopo essersi rivolto a un’altra struttura. Se avesse continuato a usare la protesi prescritta dal sistema criminale, avrebbe rischiato danni permanenti all'udito. Molti anziani hanno riferito di aver smesso di usare gli apparecchi per i fastidi riportati o perché totalmente inefficaci.

L'inchiesta, firmata dal Procuratore facente funzioni Vincenzo Quaranta, ipotizza reati che vanno dal falso in atto pubblico alla truffa aggravata in forma organizzata. Per ora gli indagati sono dieci, ma l’attenzione degli inquirenti resta alta sulla rete di complicità e sulle falle del sistema di vigilanza dell’ASP di Catanzaro, rimasto immobile mentre le risorse della sanità calabrese venivano drenate da un sistema che vedeva nei malati solo un'opportunità di guadagno.