'Ndrangheta: pesanti condanne per gli esponenti del clan (NOMI)
L'indagine aveva inoltre evidenziato presunti collegamenti oltre i confini nazionali
La Cassazione mette un punto fermo su una parte dell’inchiesta che ha portato alla luce le presunte attività criminali riconducibili alla cosca Corigliano-Comito di Rocca di Neto. La terza sezione penale della Suprema Corte ha respinto i ricorsi presentati dalle difese, rendendo definitive tre condanne emesse dalla Corte d’Appello di Catanzaro il 30 giugno 2025 nell’ambito del procedimento celebrato con rito abbreviato.
Gli imputati e le condanne
- Michele Antonio Comito, classe 1963: condanna definitiva a 15 anni, 9 mesi e 10 giorni di reclusione.
- Salvatore Comito: condanna definitiva a 17 anni, 8 mesi e 20 giorni di carcere.
- Martino Corigliano: pena definitiva di 8 anni e 8 mesi di reclusione.
- Michele Antonio Comito, classe 1991: condanna originaria a 20 anni. La Cassazione ha annullato parzialmente con rinvio la sentenza d’Appello, disponendo un nuovo giudizio esclusivamente per rideterminare il trattamento sanzionatorio.
La pronuncia rappresenta uno dei passaggi giudiziari più importanti dell’indagine avviata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e sfociata nell’operazione eseguita il 19 dicembre 2022. Quel giorno la Squadra mobile di Crotone aveva eseguito 18 provvedimenti di fermo nei confronti di altrettante persone ritenute coinvolte, a vario titolo, nelle attività dell’organizzazione.
Secondo la ricostruzione investigativa, al vertice della presunta struttura criminale ci sarebbe stato Pietro Corigliano, condannato in primo grado a 19 anni e 6 mesi dal Tribunale di Crotone nell’ambito del procedimento celebrato con rito ordinario.
L'indagine aveva inoltre evidenziato presunti collegamenti oltre i confini nazionali. Gli accertamenti erano partiti nel marzo 2020 anche sulla scorta di una segnalazione arrivata dall'Fbi, relativa a ipotesi di estorsioni che sarebbero state consumate ai danni di alcuni locali di Manhattan, a New York, da soggetti riconducibili all'ambiente criminale di Rocca di Neto.
Da quel momento gli investigatori avevano avviato una serie di approfondimenti che, secondo l'accusa, avrebbero consentito di ricostruire il presunto business principale del gruppo nel periodo compreso tra il 2020 e il 2022: il traffico di sostanze stupefacenti, con particolare riferimento a cocaina e marijuana.
Nelle motivazioni della sentenza, la Cassazione ha ritenuto rilevanti gli elementi raccolti durante le indagini. I giudici hanno evidenziato la collaborazione tra gli appartenenti al gruppo e l'utilizzo, nelle conversazioni intercettate, di un linguaggio criptico per riferirsi alla droga.
Secondo la Suprema Corte, i rapporti tra gli imputati sarebbero stati consolidati e avrebbero consentito loro di reagire anche alle difficoltà provocate dai sequestri di stupefacenti e di denaro, attraverso lo spostamento delle sostanze e il sostegno economico reciproco.
Un ruolo importante nella ricostruzione investigativa sarebbe stato svolto anche dalle immagini registrate durante le attività di osservazione. Gli accertamenti avrebbero documentato, secondo i giudici, un sistema organizzato per nascondere le scorte di droga in luoghi differenti: quantitativi più consistenti sarebbero stati occultati in punti specifici, mentre dosi inferiori sarebbero state custodite in zone più vicine alle abitazioni dei Comito, così da garantire la disponibilità necessaria per il mercato locale e ridurre il rischio di perdere l'intera scorta in caso di perquisizione.
