REFERENDUM | Appello al voto: "SI per sostenere le riforme"
"A chi continua ad anteporre il giudizio sul Governo alla discussione sulla riforma costituzionale, sommessamente segnalo che è un grave errore"
di MAURIZIO BONANNO
Stare col Sì vuol dire sostenere un processo riformatore di cui questo Paese ha estremo bisogno. Non sono un renziano e non lo divento adesso, ma non mi trasformo in un antirenziano per partito preso affiancandomi a tutto quello che di più antimercato e illiberale ci possa essere in Italia: dai centri sociali a Casa Pound, da D’Alema a Salvini, da Grillo a Bersani, da Meloni a Migliore, con annessi i vari De Mita, Pomicino, Brunetta, Monti, Imposimato, Gasparri, Zagrebelski, Vendola, Cesa e via elencando.
Questa premessa per chiarire subito che il referendum non può essere derubricato a questione politico-partitica ricordando che da trent’anni tutti hanno cercato di fare le riforme (dopo la prima “Commissione Bozzi”, ricordo a memoria ed in ordine sparso la De Mita, la Bicamerale di D’Alema, la riforma Berlusconi…), salvo che poi nessuno le vuole più quando chi governa sta per riuscirci.
A chi continua ad anteporre il giudizio sul Governo alla discussione sulla riforma costituzionale, sommessamente segnalo che è un grave errore, perché si può essere all’opposizione e riconoscere che la riforma servirà alla stessa opposizione quando tornasse a governare, non dimenticando di ricordare che dei 180 voti favorevoli alla riforma nel voto finale al Senato, oltre 70 (il 40%) sono stati espressi da senatori non Pd e che la stessa Forza Italia ha votato a favore nelle prime letture, dissociandosi solo dopo l’elezione del Presidente della Repubblica, per una puerile ripicca e nulla più.
Sgombrati i dubbi di carattere politico, entriamo nel merito per scoprire, innanzitutto, che questa riforma non toglie nulla al sistema di pesi e contrappesi attualmente esistente. Si crea invece maggiore trasparenza nelle decisioni parlamentari e si chiariscono finalmente i confini dei poteri regionali. Cadono gli alibi per chi governa che, insieme alle opposizioni, avrà più forza. Dal mio modestissimo punto di vista, anzi siamo davanti ad un impianto ancora timido visto che manca il pezzo che aveva la riforma Berlusconi del 2006. Infatti, pur vincendo il Sì avremo ancora un Presidente del Consiglio che, unico tra le democrazie occidentali, non può sostituire i ministri incapaci o chiedere lo scioglimento delle Camere: in Italia il premier è e resta un coordinatore, anche dopo questa riforma (purtroppo, aggiungo!).
Comunque sia, la riforma costituzionale che andremo a votare introduce alcuni elementi fondamentali per far funzionare meglio la macchina dello Stato. Intanto, corregge l’attuale estenuante procedura legislativa del “ping-pong”: salvo su alcune materie ben precisate, legifera solo la Camera, e se il Senato si oppone e propone modifiche, la Camera avrà l’ultima parola. I senatori saranno ridotti a 100. Diminuiscono i costi della politica. Si riforma il Titolo V: in base alla stessa giurisprudenza della Corte costituzionale, vengono ricondotte allo Stato le materie concorrenti attribuite alle Regioni dalla riforma della sinistra nel 2001. Si riduce così un lungo ed estenuante contenzioso costituzionale. Si abolisce il Cnel. Si limitano i decreti legge. Si introduce il voto a data certa sui disegni di legge essenziali per l’attuazione del programma di governo. Si introduce l’obbligo del parlamento di votare le leggi di iniziativa popolare. Viene rafforzato lo strumento del referendum.
Questa faccenda dei decreti legge, poi, è una piaga da tutti denunciata, verso la quale però nulla finora era stato fatto per curarla.
Infatti, nella nostra Costituzione, diversamente da altre, fino a questo momento non è prevista una corsia preferenziale per le leggi di iniziativa governativa, quindi per dare una risposta in tempi rapidi e prestabiliti tutti i Governi finora sono stati costretti a presentare leggi sotto forma di decreti. La riforma prevede innanzitutto che la decretazione d’urgenza abbia limiti molto più stringenti: deve contenere “misure di immediata applicazione”, e in secondo luogo istituisce e costituzionalizza la corsia preferenziale di cui si parla dal 1982, dai tempi del governo Spadolini. Il nuovo articolo 77, infatti, stabilisce che il Governo può chiedere alla Camera di deliberare su una propria proposta di legge entro 70 giorni, eventualmente prorogabili di altri quindici in caso di una legge “complessa”, in modo tale che si possa fare una discussione parlamentare, invece di presentare al parlamento il fatto compiuto, e che la decretazione d’urgenza torni ad essere usata come i nostri costituenti l’avevano pensata. In questo modo, si riporta la centralità del Parlamento, si sollecitano discussioni di merito, si pone una limitazione alla decretazione d’urgenza, avendo proposte di legge a data certa, tempi prestabiliti e rapidi. Insomma, grazie all’introduzione di questa “corsia preferenziale”, la riforma pone anche fine, attraverso una serie di limiti rigorosi, all’abuso aberrante dei decreti legge e dei relativi voti di fiducia al quale sono ricorsi, da decenni, i governi di ogni colore politico, calpestando le prerogative del Parlamento.
E poi, voto Si perché certe competenze delle Regioni torneranno allo Stato, così avremo una sanità con uguale finanziamento dalla Lombardia alla Calabria. Se al Pronto soccorso dell’ospedale di Vibo Valentia per accedere alle cure ci vogliono 24 ore di attesa non è perché il personale sanitario è incompetente, ma perché il servizio, a causa del piano di rientro che impedisce le assunzioni, ha poco personale medico e infermieristico
Certo, riconosco che, rispetto al mio modo di pensare, molto di più e meglio poteva essere fatto, ma per dirla con Marcello Pera, l’ex Presidente del Senato fondatore e presidente del Comitato LiberiSì: “Ammetto che quelli che la pensano come me avrebbero voluto molto di più, ma se il convento, che è povero, passa un pasto altrettanto povero, non per questo lo rifiuto e mi metto a sparare sulla mensa”.
