NATUZZA | "Il soffio del bene" sulle colline di Paravati
Lo spirito di Mamma Natuzza continua a soffiare forte tra le colline di Paravati. Lungo il “Viale della Salvezza”, dove si affaccia con le braccia aperte e accoglienti il Cristo vestito di bianco, fino alla grande chiesa della “Villa della Gioia” per proseguire poi fino alla cappella della Vergine Maria, dove dai primi giorni del novembre del 2009, riposa la mistica, i pellegrini, i viandanti, i suoi figli spirituali e i tanti cercatori di Dio continuano a sentire la sua materna protezione.
A poca distanza da via Umberto - il luogo dove ha sede la Fondazione “Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime”- a passo veloce ci si ritrova nel giro di appena qualche minuto nei quartieri “Lupa” “Marina” e lungo “A Calata a cruci”, autentici luoghi della memoria, dove i muri delle vecchie case, consumate dalle intemperie, dall’abbandono e dall’usura degli anni, raccontano nel loro struggente polveroso silenzio il sudore di intere generazioni di contadini dediti al lavoro e allenati al sacrificio e alla privazioni. Luoghi dell’anima, dove la piccola Fortunata, figlia di questi vicoli dimenticati dall’uomo ma benedetti da Dio, era solita dare quel poco che aveva agli altri bambini del posto che sbucavano magri e affamati, ma dignitosi nei loro sguardi curiosi e smarriti, da ogni angolo . A volte solo un pezzo di pane. La miseria in quegli anni regnava sovrana. La povertà era la compagna inseparabile del popolo governato.

In questi stessi posti che sanno di mattinate pensose, di pomeriggi torridi e muti, di nottate stanche e dolorose, una donna anziana dal viso antico - tra i pochi testimoni ancora rimasti della prima metà del secolo breve - continua a ripetere a più di un pellegrino che il soffio del bene di cui Natuzza si è fatta portatrice sin da bambina non si cancella ma rimane scolpito nel cielo a futura memoria. Parole vere che toccano il cuore.
Ad un tiro di schioppo un’altra donna, con zaino in spalla e con il rosario tra le mani - giunta da chissà dove e afflitta da un inconsolabile, questo è certo, dolore - prega senza risparmio nel meriggio solitario di una giornata d’estate come tante all’angolo della chiesa dell’Addolorata nel cui presbiterio svettano, quale segno di una Fede che si tocca con mano, gli affreschi dei quattro evangelisti, opera del pittore locale Eugenio Colloca. La donna ha i capelli biondi e ariosi, le occhiaie vuote e il volto scavato. All’improvviso quasi indispettita da chissà quale oscuro pensiero si terge la fronte dal sudore e con il passo lesto di chi è abituato alle lunghe e solitarie camminate scompare dal paesaggio di questo piccolo lembo di terra guardato a vista da secolari alberi di ulivo che circondano la terra di Natuzza. A pochi passi un uomo anziano del posto, con sulle spalle curve gli attrezzi del “massaro”, arranca silenzioso lungo la salita. Il suo passo fiero e doloroso è la somma della fatica dei tempi andati della gente di qui tra gli uliveti e i frutteti a ridosso del fiume Mesima.
Al centro del paese si trova la chiesa della Madonna degli Angeli - il luogo dell’incontro e della religiosità pulsante della Comunità, dove Mamma Natuzza era solita incontrare decine di pellegrini all’uscita della sacre funzioni sin dai tempi del canonico don Clemente Silipo e dei suoi moderni successori don Pietro Gallo, don Salvatore Sangeniti e don Pasquale Barone - che continua a vegliare come sempre sul popolo di Paravati e sui tanti viandanti che qui giungono quotidianamente da ogni dove per liberarsi dai lacci dell’angoscia, dal gozzovigliare osceno della società dei consumi e dalle mille capriole del grande carnevale della vita di ogni giorno, dove il profitto, l’apparire e il chiacchiericcio pettegolo dominano la scena e gli ingranaggi della società. Succedeva al tempo dei borboni. Successe al passaggio di Garibaldi. Succedeva ai tempi del fascio. Stesso andazzo con l’austero De Gasperi e a seguire con il quasi intramontabile Andreotti e il rampante Craxi. Così è oggi. Così, probabilmente, sarà domani. Lo scenario non muta. Il “mazzo” continua ad essere composto dai soliti furbi privi di rossore.
Sulla via Nazionale, un piccolo gruppo di giovani immortala, incurante del caldo quasi insopportabile, la piccola casa in cui Natuzza ha vissuto buona parte della sua vita di sposa, di madre e di dispensatrice di parole buone e giuste. L’abitazione è chiusa, ma i suoi muri è come se parlassero. I suoi muri raccontano gli incontri, le preghiere, le sofferenze, le conversioni e quasi si muovono nel turbinio dei ricordi e nel susseguirsi di una sfilza di pensieri affannosi. Dolori antichi si mescolano alle litanie del tempo che fu e alle anime dei morti che qui sono figure familiari. A me sembra quasi di vedere, avvolta dal suo eterno e mai spento sorriso, mia sorella Carmelina e uno per uno le tante figure che popolavano questa via di Paravati che ho sempre considerato la parte più importante della mia vita.
Un ritorno alla letizia e al candore interrotto ogni tanto dal rumore scipito e scomposto che tenta di fasi largo sulla scena. A seguire una serie di vecchi ricordi si incrociano con le parole di Fortunata Evolo (“Benvenuto figlio mio”) e alle preghiere di ogni giorno: dall’”Ave Maria piena di grazia il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetta è il frutto del tuo seno, Gesù” al “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”.
Uno strano sentimento attraversa il cuore di chi assiste a quella visita giovanile e all’apparenza spensierata. Poi all’improvviso si leva un alito di vento. Il corpo trova ristoro, i pensieri diventano lievi e nell’aria restano i segni di un mistero segnato dalla Fede. Una Fede autentica che va oltre la superba analisi della ragione e al di là del pittoresco clamore cercato per fare audience, per catturare applausi effimeri o come si usa dire oggi, nell’era dei social, per guadagnare like. Una Fede che viene dalla gente, dalla sofferenza e che diventa unguento in grado di lenire le ferite del corpo e dello spirito di questo nostro tempo inquieto. Recita la canzone: “Ben arrivati, ben arrivati, miei figli amati. Ben arrivati, qui sotto il colle di Paravati”. Ma Natuzza - che si è sempre considerata “un verme di terra” - ci raccomanda. “Non cercate me. Alzate lo sguardo verso Gesù e la Madonna. Io sono con voi e prego”.
