'Ndrangheta e narcotraffico: la Dda chiude le indagini per 31 persone (NOMI)
A San Basilio, quartiere a sud-est della Capitale, l’unica legge vigente sarebbe stata quella imposta da un’“organizzazione criminale di vaste dimensioni” strettamente legata alla ‘ndrangheta calabrese: il clan dei Marando. È questa la convinzione della Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Roma, che ha formalmente chiuso le indagini dell’operazione “Anemone” per 31 persone.
L'inchiesta, firmata dal sostituto procuratore Margherita Pinto e sfociata nell’operazione eseguita dai Carabinieri del ROS l’8 luglio 2025, ipotizza l'esistenza di un'associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, con una forte e chiara connotazione di stampo mafioso, derivante dal legame indissolubile con la “casa madre” calabrese.
Per gli inquirenti, il capo indiscusso del sodalizio è Rosario Marando (classe 1968), originario di Locri ma residente a Roma. Le indagini hanno rivelato il suo ruolo apicale e la sua capacità di controllo costante e capillare del territorio.
Marando avrebbe dimostrato una tale egemonia da riuscire a “riavviare” la piazza di spaccio di San Basilio già dall’estate del 2020, nonostante si trovasse agli arresti domiciliari. Secondo la Dda, consapevole di dominare e condizionare il mercato della droga romano, il “boss” si sarebbe avvalso di metodi intimidatori di matrice mafiosa per garantire il monopolio delle vendite e stroncare ogni tentativo di concorrenza.
A confermare la penetrazione della “legge mafiosa” dei Marando nel quartiere romano è emerso un episodio di inaudita violenza. L’inchiesta ha ricostruito l’aggressione, rapimento e tortura di un pusher, ritenuto “infame” dall’organizzazione.
La vile violenza, durata oltre un’ora e documentata in 10 video recuperati dall’iPhone X di Francesco Marando (classe 1997) – anch’egli tra gli indagati –, mostra la mortificazione e le sevizie inflitte al soggetto, attivo nella piazza di spaccio nota come “La Lupa”.
La Dda ha inoltre ricostruito le “faide” interne al quartiere, tentativi di pusher “dissidenti” di sopraffare gli esponenti della ‘ndrangheta, chiusi sistematicamente dal clan con il pagamento di somme di denaro, minacce e violenze estreme.
La Procura ha chiuso le indagini per un totale di 31 persone, a cui è contestata, a vario titolo, l'appartenenza o la complicità nell'associazione criminale. Oltre a Rosario e Francesco Marando, tra i nomi figurano: Luigi Marando (cl.’00), Antonio Marando (cl.’01), Marco Altomare (cl.’88), Fatjon (alias Bledar) Berisha (cl.’89), Drini Beshtika (cl.’60), Marco Bettini (cl.’95), Antonio Callipari (cl.’93), Alessio Cervellini (cl.’82), Mariglen Cybi (cl.’93), Alessio Di Pietro (cl.’01), Giuseppe Fiorillo (cl.’91), Jurgen Havalja (cl.’84), Marco Lenti (cl.’88), Erald Marku (cl.’86), Beqir Mema (cl.’87), Federico Mennuni (cl.’97), Maurizio Miconi (cl.’79), Francesco Molluso (cl.’51), Francesco Mozzetta (cl.’96), Riza Muco (cl.’88), Domenico Natale Perre (cl.’91), Domenico Pangallo (cl.’83), Elis Roga (cl.’79), Arjan Sagajeva (cl.’82), Stefano Sbardella (cl.’68), Pasquale Trimboli (cl.’80), Angelo Turone (cl.’72), Maurizio Valeri (cl.’75) e Gian Claudio Vannicola (cl.’82).
