Omicidio del fotografo Ventura a Lamezia, chiesti 30 anni di carcere per il mandante
Volge al termine anche davanti alla Corte d'assise d'appello il processo sull'omicidio del fotografo Gennaro Ventura. Il procuratore generale ha chiesto trenta anni di carcere nei confronti di Domenico Antonio Cannizzaro, accusato di essere il mandante. La procura generale ha quindi chiesto la conferma della sentenza di primo grado. L'udienza è stata quindi rinviata a febbraio per la discussione della difesa rappresentata dall'avvocato Lucio Canzoniere preludio alla sentenza.
Incastrato dai pentiti. La posizione di Domenico Antonio Cannizzaro si è aggravata dopo le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia: l'esecutore materiale del fotografo Gennaro Pulice e il cognato stesso del boss Pietro Paolo Stranges. Secondo le ricostruzioni Ventura sarebbe stato ucciso nel 1996 dopo essere stato attirato in una trappola da Pulice. Con la scusa di fargli fotografare dei reperti archeologici trovati per caso, il killer gli diede appuntamento in un casolare abbandonato di contrada Carrà dove venne compiuto il delitto. Ventura fu ucciso con un colpo in testa e il cadavere gettato in una botola. Il ritrovamento avvenne dodici anni dopo per puro caso.
Il movente. I familiari del fotografo hanno lottato per anni affinché dai processi emergesse la verità. Gennaro Ventura fu ucciso perché da giovane carabiniere in servizio a Roma aveva fatto arrestare e condannare il nipote di Domenico Antonio Cannizzaro, ritenuto dagli inquirenti uno dei protagonisti delle guerre di 'ndrangheta che per decenni ha insanguinato Lamezia. Un'onta da lavare con il sangue e così, tolta la divisa da carabiniere per indossare quella di fotografo, Ventura venne giustiziato. Secondo l'accusa a ordinare l'omicidio sarebbe stato il boss e ad eseguirlo fu Gennaro Pulice, lo spietato killer che qualche anno dopo si sarebbe pentito raccontando tutto alla squadra mobile di Catanzaro.
