Non è solo una questione di droga o di vecchi rancori tra clan, ma un sistema capillare capace di soffocare l’economia del divertimento tra Monza e la Brianza. È questo il cuore della requisitoria con cui la pm della Direzione distrettuale antimafia, Sara Ombra, ha chiesto quattro pesanti condanne davanti al Tribunale di Monza, nell'ambito del processo scaturito dalla maxi-operazione "Freccia" del 2020. Al centro del dibattimento c’è il tentativo di alcune famiglie originarie di Vibo Valentia di imporre la propria egemonia nei territori di Seregno, Desio e Carate Brianza, riaccendendo i riflettori su una presenza criminale che sembrava sopita dopo i colpi inferti dalle passate inchieste.

La rappresentante della pubblica accusa ha invocato la pena più alta, undici anni di reclusione, per Claudio D’Ambrosio e Gianluigi Familiari, accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso, mentre altre due condanne a sei anni di reclusione ciascuna sono state sollecitate per Andrea Sgro e Paolo Marrazzo, coinvolti in reati legati al narcotraffico. Tuttavia, il lungo iter processuale ha presentato anche il conto della giustizia lenta, portando alla richiesta di quattro assoluzioni per intervenuta prescrizione, cancellando di fatto le accuse di spaccio e intestazione fittizia di beni che pendevano su Domenico Cristello, Fortunato Balestrero, Vincenzo Grasso e Pasquale Lombardo.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti e dei carabinieri di Monza, la 'ndrangheta aveva radicato i propri interessi in un settore particolarmente redditizio: quello della sicurezza privata e della gestione dei servizi nei locali notturni. Le discoteche erano considerate un terreno d'elezione per le organizzazioni criminali non solo per l’afflusso di denaro, ma perché il controllo dei "buttafuori" permetteva di gestire lo spaccio di stupefacenti in totale tranquillità. Un esempio emblematico citato in aula riguarda il Polaris di Carate Brianza, dove l'insediamento di figure vicine alla famiglia Cristello sarebbe avvenuto dopo una violenta strategia intimidatoria, fatta di auto bruciate nel parcheggio e un attentato dinamitardo contro il direttore della struttura.

Il controllo del territorio si spingeva fino a dettagli apparentemente minimi, come la scelta delle postazioni per i venditori ambulanti di cibo fuori dai locali o la risoluzione forzata di controversie private attraverso il recupero crediti. Nonostante le difese abbiano sempre negato ogni coinvolgimento, puntando a scardinare la tesi dell'aggravante mafiosa, il quadro emerso tratteggia una provincia di Monza e Brianza dove le cosche vibonesi continuano a operare con forza. Mentre il rito abbreviato a Milano si è già chiuso con sedici condanne per i vertici dei clan, inclusi i nomi di spicco di Umberto e Carmelo Cristello, il processo monzese si avvia ora verso la fase finale: a maggio la parola passerà agli avvocati difensori per le arringhe, prima che i giudici si riuniscano in camera di consiglio per la sentenza.