Omicidio di 'ndrangheta, dopo 50 anni arriva la sentenza: due ergastoli (NOMI)
È servito oltre mezzo secolo per scrivere la parola "fine" su una delle pagine più buie della cronaca nera. Il cadavere fu ritrovato il 1° settembre in una discarica
È servito oltre mezzo secolo per scrivere la parola "fine" su una delle pagine più buie della cronaca nera italiana. La Corte d’Assise di Como ha condannato all’ergastolo Giuseppe Calabrò (76 anni) e Demetrio Latella (71 anni), ritenuti i responsabili materiali del sequestro e dell’omicidio di Cristina Mazzotti. La studentessa, appena diciottenne, fu rapita la sera del 30 giugno 1975 a Eupilio: fu la prima donna vittima della stagione dei sequestri della 'ndrangheta in Lombardia.
La sentenza colpisce direttamente il cuore della criminalità organizzata calabrese trapiantata al Nord. Entrambi i condannati provengono infatti dal reggino, roccaforte storica della 'ndrangheta. Giuseppe Calabrò, detto «Dutturicchiu», è originario di San Luca e residente a Bovalino. Considerato un capo indiscusso della 'ndrangheta in Lombardia, il suo nome è recentemente tornato agli onori delle cronache anche per l'inchiesta sulle tifoserie milanesi. Demetrio Latella, detto «Luciano», è anch'egli originario di Reggio Calabria (residente nel Novarese). Fu proprio la sua impronta digitale, isolata sulla Mini della vittima, a permettere nel 2006 la riapertura del caso.

Cristina fu tenuta prigioniera per 28 giorni in una buca strettissima a Castelletto sopra Ticino, dove le venivano iniettati alternativamente sonniferi ed eccitanti per costringerla a implorare il riscatto al padre, Helios Mazzotti. Nonostante il pagamento di oltre un miliardo di lire, la ragazza non fece mai ritorno: debilitata dagli stenti e dai farmaci, morì prima della liberazione. Il suo corpo fu spogliato e gettato in una discarica a Galliate, nel novarese.
Mentre per l'accusa di sequestro è scattata la prescrizione, la Corte è stata inappellabile sull'omicidio volontario. Oltre all'ergastolo per Calabrò e Latella, è stata disposta l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e una provvisionale di 600mila euro per ciascuna delle parti civili. Assolto invece Antonio Talia per non aver commesso il fatto, mentre il quarto imputato, il boss Giuseppe Morabito, è deceduto prima della sentenza.
In aula, il fratello di Cristina, Vittorio, e i nipoti hanno accolto il verdetto con commozione, circondati da settanta studenti del liceo Carducci e dei licei di Como, presenti per onorare la memoria di una ragazza a cui fu negato il futuro.
