Sono state rese note le motivazioni della sentenza del Tar del Lazio con la quale è stato confermato il commissariamento del Comune di Tropea per infiltrazioni mafiose. I giudici amministrativi, infatti, hanno respinto il ricorso presentato dall'ex sindaco Nino Macrì, dal vice Roberto Scalfari e dai consiglieri comunali. Il provvedimento di scioglimento era stato decretato il 24 aprile 2024 in base alle risultanze della commissione d'accesso inviata dal prefetto Paolo Giovanni Grieco. I giudici amministrativi hanno respinto le obiezioni presentate dagli ex amministratori, che sostenevano l’assenza di “concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata”, e lamentavano che il provvedimento non avesse indicato in modo puntuale “i condizionamenti e le collusioni” e non avesse tenuto conto “dell’intensa attività dell’amministrazione per contrastare il fenomeno mafioso”. Tuttavia, il Tar ha sottolineato che lo scioglimento “non è una misura di carattere sanzionatorio, bensì preventivo”, finalizzato a “salvaguardare l’amministrazione pubblica” e a proteggerla dalla “pressione e dall’influenza della criminalità organizzata”. Per tale motivo, basta la presenza di “elementi indizianti che consentano di individuare la sussistenza di un rapporto inquinante tra l’organizzazione mafiosa e gli amministratori dell’ente considerato infiltrato”.

Il Tar ha quindi ritenuto che fosse fondato l’indizio di una possibile “soggezione degli amministratori alla criminalità organizzata”. Tra gli elementi a sostegno di questa ipotesi, i giudici hanno evidenziato “il sostegno prestato dalla cosca La Rosa al sindaco Macrì e alla sua lista in occasione delle elezioni del 21 ottobre 2018” e i “rapporti parentali tra esponenti delle locali consorterie e gli amministratori del Comune”. Inoltre, il Tar ha sottolineato che il sindaco Macrì aveva acquistato “un’autovettura formalmente intestata alla suocera di due esponenti apicali della locale criminalità organizzata”, pochi giorni prima che l'auto venisse sequestrata dalla magistratura. Sono stati segnalati anche “rapporti di frequentazione tra i parenti degli amministratori e membri della locale criminalità” e “affidamenti sospetti nel settore della gestione degli appalti pubblici”, con la continuativa attribuzione di incarichi a imprese legate alla 'ndrangheta. A tal proposito, il Tar ha evidenziato l’“intervento del vertice politico” che si è “intromesso” nella gestione degli appalti, dimostrando una “illegittima ingerenza” nelle attività burocratiche, favorendo aziende “riconducibili alle cosche ‘ndranghetiste”.

Inoltre, la “sostanziale carenza di controlli” nelle procedure amministrative, soprattutto nel settore delle strutture ricettive extra alberghiere, ha contribuito a “favorire svariate strutture riconducibili a soggetti pregiudicati”. Tra le irregolarità segnalate, vi sono stati anche “ritardi nei controlli urbanistici” che avrebbero favorito “soggetti riconducibili alle consorterie criminali”. Inoltre, è stato esaminato il caso del custode del cimitero, “destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare per truffa e peculato”, e per aver eseguito estumulazioni non autorizzate per favorire defunti legati alla cosca La Rosa, ma nonostante fosse sotto inchiesta, continuava a ricevere un “premio per abnegazione al lavoro” dal sindaco.

Il Tar ha anche sottolineato l’“appoggio elettorale” che la cosca La Rosa avrebbe fornito a Macrì e alla sua lista, supporto confermato dalle indagini della Dda di Catanzaro, in cui un esponente della cosca dichiarava che “le persone a lui vicine avrebbero votato per Macrì”. Inoltre, “tra i sottoscrittori della lista a sostegno di Macrì figurano anche le sorelle di due soggetti affiliati alla cosca La Rosa”. Per i giudici, anche se il sindaco non è stato coinvolto in indagini penali, questo non è un elemento sufficiente per annullare la validità dello scioglimento, in quanto l'appoggio del clan potrebbe “interferire sull’amministrazione dell’ente”.

Infine, il Tar ha riscontrato “frequentazioni inopportune” tra i parenti degli amministratori e i membri della criminalità locale, nonché irregolarità nei procedimenti di affidamento di appalti, che hanno favorito imprese legate alla cosca La Rosa. Per i giudici, tutti questi indizi, “presi nel loro complesso”, sono sufficienti a giustificare lo scioglimento del Comune. Contro questo verdetto, gli ex amministratori possono ancora rivolgersi al Consiglio di Stato.