Aveva dato del "lecchino" al capo: la Cassazione conferma il licenziamento
La Corte di Cassazione, sezione lavoro, ha confermato il licenziamento di una dipendente che aveva apostrofato il proprio superiore con l’epiteto “leccaculo”. Il fatto risale al 28 novembre 2018 e ha attraversato tre gradi di giudizio.
In primo grado, il Tribunale di Catania aveva ritenuto la sanzione sproporzionata, annullando il licenziamento. La Corte d’Appello ha invece ribaltato la decisione, riconoscendo una giusta causa ai sensi del contratto nazionale del lavoro, che prevede la massima sanzione per ingiurie gravi, litigi e insubordinazione sul luogo di lavoro.
La lavoratrice ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che si trattasse di un episodio isolato, non tale da compromettere il rapporto fiduciario con il datore. Ha anche invocato uno stato di disagio psicofisico, mai dimostrato.
La Suprema Corte ha respinto il ricorso, sottolineando il contesto aggravante: l’insulto è stato pronunciato in reazione a una disposizione gerarchica, davanti a una collega, con atteggiamento di sfida e disprezzo verso l’autorità. A pesare anche un precedente disciplinare nello stesso ambiente di lavoro
