Non più l’ergastolo, ma una condanna a trent’anni di reclusione. Si chiude così, con una parziale riforma della sentenza di primo grado, uno dei capitoli più bui e feroci della storia criminale calabrese: il duplice omicidio di Antonio Lo Giudice e Roberto Soriano. La Corte d’Appello ha depositato le motivazioni che spiegano perché, a distanza di oltre vent'anni da quel tragico agosto 1996, il massimo della pena sia stato ricalcolato, pur confermando l'impianto accusatorio contro i boss Saverio Razionale e Giuseppe Antonio Accorinti.

L'inchiesta, riaperta grazie alle rivelazioni a catena dei collaboratori di giustizia (da Mantella ad Arena, passando per Moscato e Mancuso), ha squarciato il velo su una morte atroce. Roberto Soriano non fu solo ucciso; fu attirato in una trappola in una masseria di Filandari, appeso a un verricello e torturato per giorni con tenaglie da maniscalco. Un supplizio mirato a ottenere la confessione di un precedente agguato fallito contro Razionale. Il suo corpo, vittima della "lupara bianca", fu poi triturato con un mezzo agricolo. Diversa la sorte di Lo Giudice, ucciso a colpi di calibro 12 e ritrovato carbonizzato nella sua auto: la sua "colpa" fu quella di non aver abbandonato l'amico al proprio destino.

Nonostante la ferocia dell'azione, i giudici di secondo grado hanno escluso l'aggravante della premeditazione, elemento che ha permesso di evitare il carcere a vita. Secondo la Corte, nel caso di Lo Giudice, il fatto che gli fosse stata offerta la possibilità di andarsene prima dell'esecuzione smentisce una pianificazione a tavolino del suo omicidio. Per Soriano, invece, mancherebbero prove certe sui tempi tecnici del progetto omicidiario, lasciando il dubbio che la decisione di uccidere sia maturata solo dopo l'interrogatorio sotto tortura.

La difesa ha tentato di minare la credibilità dei collaboratori, parlando di incongruenze e rapporti già deteriorati tra le vittime e i carnefici che avrebbero reso impossibile l'incontro. Tuttavia, i giudici hanno ribadito la solidità del quadro probatorio: in quell'ecosistema criminale, i rapporti erano "fluidi", fatti di alleanze fragili e improvvisi tradimenti. Le parole dei pentiti, intrecciate a intercettazioni ambientali chiave, hanno restituito giustizia a una vicenda che per due decenni era rimasta sepolta sotto il peso del silenzio e della polvere delle campagne vibonesi.