Al centro del dibattito in Corte d’Appello a Catanzaro torna la presunta estorsione legata ai lavori del nuovo centro parrocchiale di Pizzo Calabro, dove secondo gli inquirenti clan locali avrebbero spartito gli appalti e imposto ditte esterne. La vicenda, emblematica delle dinamiche della ‘ndrangheta vibonese, è al centro del processo d’appello di Petrolmafie, che mette in discussione la sentenza di primo grado emessa dal tribunale di Vibo Valentia.

La Procura generale di Catanzaro parla di un «equivoco» da chiarire nella condanna a 35 persone, criticando in particolare la distinzione fatta dai giudici tra la famiglia guidata da Luigi Mancuso e la cosiddetta «sotto-articolazione», considerata separata ma collegata. Secondo l’accusa, quest’ultima sarebbe stata una «longa manus» del clan Mancuso, soggetta alla sua influenza e destinataria di parte dei profitti delle attività illecite.

I magistrati hanno chiesto che la Corte riconosca la ‘ndrangheta come un’organizzazione unitaria, «notorio e acclarato», presupposto indispensabile per valutare le singole posizioni degli imputati. A conferma di questa visione, la Procura cita il controllo esercitato dai clan Bonavota, Mancuso e Anello sugli appalti di Pizzo Calabro, dove un presunto «accordo collusivo» avrebbe permesso la spartizione dei lavori e il condizionamento totale del territorio.