Il 4 agosto di 26 anni fa, la morte di Giovanni Spadolini: storico, giornalista (fu direttore del Corriere della Sera e prima ancora, ad appena 30 anni, de Il Resto del Carlino), uomo di straordinaria cultura, storico, atlantista, primo premier laico della storia repubblicana.

Spadolini fu una personalità forte e multiforme, che ha segnato in profondità la vita delle diverse anime del liberalismo italiano all’epoca della cosiddetta “prima repubblica”.
Nella mia ormai “lunga” carriera di giornalista di periferia, l’incontro con Giovanni Spadolini è da annoverarsi quale uno dei momenti più intensi a livello personale. Erano i primi momenti della mia intensa avventura televisiva ed anche uno dei momenti professionalmente più belli, volto della storica TeleSpazio di Tony Boemi. Essendo il vibonese della redazione, mi fu concesso l’onore di curare il servizio della presenza dell’allora Presidente del Senato a Vibo Valentia, un impegno giornalisticamente stimolante, un incarico che a livello personale rappresentava una sorta di realizzazione per chi, come me, coltivava la “cultura liberale” e sapeva bene come Giovanni Spadolini ne fosse un interprete autorevole: simpatizzante prima del Partito Liberale, per poi aderire al Partito Repubblicano di Ugo La Malfa fino a diventarne segretario nazionale. Credeva nel merito e nella competizione culturale come motori della crescita civile, concetti che immodestamente ho fatto miei provando a praticarli ancora oggi nel mio piccolo impegno quotidiano, di giornalista e di cittadino.

Ripercorrere il ricordo di quel giorno memorabile rappresenta, proprio per questo, un’occasione per ricordare un uomo che è stato portatore di valori e principi applicati alla politica che dovrebbero rappresentare ancora punti di riferimento irrinunciabili. Invece…
Era il 22 maggio 1993 e l’allora Presidente del Senato arriva in città per celebrare un momento storico che lui solo, da tutti considerato uno dei massimi studiosi della storia del Risorgimento, poteva compiere.
Sempre a quel tempo, con un gruppo di amici fidati ci stavamo cimentando nell’esperienza di pubblicare un settimanale “Pagine Vibonesi”, per cui con Patrizia Venturino – collega giornalista e mia compagna di vita con la quale viviamo in una simbiosi totalizzante dove professione, vita privata ed interessi vari si agganciano senza soluzione di continuità – ci eravamo divisi i compiti: a lei il racconto-cronaca della giornata, a me l’analisi dell’avvenimento e soprattutto il compito di avvicinarlo personalmente per l’intervista televisiva.

“È stato per il Presidente del Senato un vero e proprio bagno di folla”, titolò Pagine Vibonesi nel numero dedicato al racconto del momento in cui Giovanni Spadolini arrivò nella vecchia Piazza Mayo, dinanzi al monumento a Michele Morelli appena inaugurato, per tenere un memorabile discorso dai toni particolarmente sentiti.
Intanto, io, con l’incoscienza tipica del giovane cronista d’assalto, aprendomi una breccia tra il servizio d’ordine e le autorità presenti, riuscivo nell’impresa di avvicinarmi al Presidente, sia pure con la necessaria circospezione derivata dalla fama che lo dipingeva come un uomo tanto difficile alla confidenza quanto restio alla discussione.
Chissà cosa scattò in quel momento nella mente di Giovanni Spadolini… forse l’istinto del vecchio giornalista capace di essere anche un maestro in grado di formare tanti protagonisti della vita italiana degli ultimi decenni, così come quei giornalisti che ancora oggi sono punto di riferimento. Fatto sta che mi prese in simpatia e fece cenno al servizio d’ordine di lasciarmi stare al suo fianco quando, sceso dal palco, chiese di potersi rilassare e rinfrescare nel bar più vicino.
Era una calda giornata di sole ed a Spadolini fu indicato uno storico bar della città: il Bar De Pascali, luogo giusto per ospitarlo, considerato che nella sua lunga storia questo locale aveva accolto storici intellettuali vibonesi. Ma aveva un difetto: per raggiungerlo bisognava inerpicarsi in una, seppur breve, ripida salita, prova impegnativa per la figura fisicamente imponente del Presidente del Senato.

Fu così che quel suo incedere lento lungo quella salita fece da terreno fertile per una conoscenza evidentemente a lui utile per decidere se e come concedermi l’intervista.
Giunti alla meta, seduto al tavolino all’interno del Bar De Pascali, Giovanni Spadolini, smentendo, almeno ai miei occhi, quella fama di uomo “difficile alla confidenza”, avviò una chiacchierata, per me indimenticabile.
“Oggi che l’unità d’Italia è discussa e contestata da ogni parte e riaffiorano fermenti di municipalismo e di separatismo – cominciò a dire– voi vibonesi offrite a noi tutti la possibilità di ribellarci attraverso la memoria di questo coraggioso figlio di Vibo Valentia, protagonista, per usare le parole di Luigi Settembrini, della prima vera iniziativa rivoluzionaria del Risorgimento!”.

Spadolini, da storico risorgimentale, andò oltre nella definizione: “Il profilo di Morelli – aggiunse – pare incastonato, suo malgrado, ancora oggi nella cornice barocca del grande moto napoletano del 1820/21, prodromo logico e necessario alle rivoluzioni maggiori del 1831 e del 1848. Ma dietro l’apparente e lineare semplicità della sua personalità è possibile scorgere un’esemplare sovrapposizione di stimoli e di passioni talora contrastanti, che ben ritraggono il tumultuoso passaggio dall’età napoleonica a una restaurazione ricca di fermenti e illusioni”.

Fu allora che, così come aveva concluso il suo discorso dinanzi al monumento, lanciò una sorta di modello attraverso il quale coniugare il ricordo dell’eroe vibonese proiettandolo nell’attualità: “La figura di Michele Morelli, patriota che si identificò in una rivoluzione generosa e innocente, come la chiamerà Francesco De Sanctis – dichiarò, infatti – si iscrive appieno nella storia del riscatto nazionale, nelle lotte per l’unità d’Italia. Un sacro ideale che è ancora una meta da raggiungere, per noi nipoti o pronipoti di quel Risorgimento che vediamo sfumare nella memoria delle nuove generazioni. E che dovrebbe tornare a rappresentare il massimo titolo di legittimità per l’Italia europea: per quell’Italia che fu intuita dagli uomini del 1820/21, tutti fedeli, avrebbe detto Benedetto Croce, al significato nazionale italiano e insieme alla naturale cornice europea dell’Italia. Sì: la Giovine Europa di Mazzini!”.

Mi concesse, quindi, l’intervista che, coerentemente con i tempi televisivi, egli stesso concentrò in alcuni concetti secchi e decisi tali da consentirmi di “chiudere il pezzo”, come si suol dire, senza il problema di effettuare troppi tagli; ma, prima di lasciare Vibo Valentia volle visitare, potendola guardare però solo dall’esterno purtroppo, la casa dove nacque Michele Morelli.

Intellettuale fedele, anche se non acritico, alla tradizione politica del Risorgimento, che credeva nel carattere positivo dello Stato nazionale italiano, Spadolini confermò anche in questa sortita vibonese di essere un liberale aperto al confronto e per questo in grado di svolgere un importante ruolo di protagonista nelle vicende dello schieramento liberaldemocratico e laico italiano per molti anni. Dimenticarlo oggi è un errore culturale innanzitutto, ancor più che politico.

Per quel che mi riguarda, da giornalista vibonese custode di questo personale ricordo, posso aggiungere un altro tassello a completare il racconto di quella giornata avendo potuto personalmente assistere al momento in cui, dopo essersi complimentato (consegnandogli anche una medaglia d’argento) con l’artista Maurizio Carnevali, autore del monumento a Michele Morelli, molto volentieri accettò in dono il bozzetto dello stesso monumento, realizzato quale pezzo unico in argento massiccio dall’orafo vibonese Roberto Prandina. Nel prendere in mano questo dono, aggiunse: “Dopo la mia morte, sarà collocato nel Museo Nazionale per la Storia del Risorgimento, assieme ai miei ottantamila volumi”.
Se le sue volontà sono state rispettate – e non c’è motivo di credere il contrario – allora, un pezzo della nostra Vibo Valentia è ancora lì tra i suoi volumi!