Il capogruppo in Consiglio comunale, sfiduciato dopo la rottura con il parlamentare Bruno Censore al termine di una riunione dai toni accesi

di TONINO FORTUNA

Gli aggettivi cominciano a scarseggiare. Come pure le metafore. Mentre si fanno strada le onomatopee, sotto forma di schiamazzi, di insulti, di sedie che volano in aria, di pugni sui tavoli in una sezione appannaggio di una piccola aristocrazia che si atteggia a razza padrona. Certo, la sceneggiata che si è conclusa nella tarda serata di ieri in via Argentaria, ( nel cuore di Vibo Valentia) ha riconsegnato agli iscritti un Partito democratico decisamente allo sbando. Il processino con “rito abbreviato” ad Antonio Lo Schiavo con tanto di “condanna” già scritta non ha regalato particolari emozioni. Se non qualche sussulto ai passanti inorriditi dalle urla provenienti dalla sede provinciale della compagine. Umori, sensazioni che poco contano in una operazione dal valore preminentemente politico. La sfiducia al capogruppo in Consiglio comunale significa in primis il fallimento delle primarie che avrebbero dovuto spalancare le porte a nuovi orizzonti. A Lo Schiavo è toccato, né più né meno , lo stesso trattamento riservato ai suoi predecessori. Sedotto e abbandonato con la consueta metolodologia “usa e getta”. Nulla da fare contro Bruno Censore, che continua, con la forza del numeri e delle tessere, a menare le danze. Eppure, questa volta le premesse erano state di ben altro tenore. Almeno in apparenza. Uno dei primissimi a cullare il sogno di “Lo Schiavo sindaco” era stato Vito Pitaro. L'azionista di riferimento del deputato serrese nella città capoluogo. (Senza di lui a Vibo Censore sarebbe ben poca cosa). L'operazione prevedeva l'investitura, puntualmente arrivata, dal basso. La solita farsa delle primarie. Con gente di tutti i partiti e non solo che andava a scegliere il candidato del centrosinistra. Avvocati, notabili, ex parlamentari. Il 22 febbraio oltre cinquemila persone si erano recate alle urne. Ed era arrivata l'incoronazione di Lo Schiavo. A soccombere, in quella circostanza, Pietro Giamborino, vittima delle promesse non mantenute da Mirabello e Censore. A quel punto la strada sembrava spianata. Ma proprio sul più bello arrivavano i primi diktat: niente alleanza con lo sconfitto che rimaneva nonostante oltre 2000 voti non riconosciuto dai “sommi sacerdoti” di via Argentaria; chiusura totale alle aspirazioni di Pasqua. “Noi e solo noi siamo il Partito democratico”. Rimediava, in quella fase, una brutta figura anche il governatore Oliverio, giunto a Vibo per provare a rimettere insieme i pezzi del puzzle. “Tutto il centrosinistra con Lo Schiavo” - tuonava quest'ultimo dal palco del 501 hotel. Come sia finita la commedia è storia nota: Pasqua allestiva una propria lista ( quasi mille voti), i consensi di Pietro Giamborino “in libera uscita” risultavano decisivi per evitare a Costa il ballottaggio e farlo trionfare al primo turno. Tanti altri si defilavano. Intorno ad Antonio Lo Schiavo...terra bruciata. Il finale della storia era già scritto prima che si aprissero i seggi. Il destino del Pd segnato. La sconfitta costituiva la logica conclusione di un illogico e interessato modus operandi. E la fredda analisi consegnava all'aspirante sindaco la cartina di tornasole “del tradimento e/o del disimpegno “di Censore, di Oliverio e di tanti attivisti. Immediata la reazione. Lo Schiavo apriva gli occhi e dopo aver capito il gioco al massacro, provava a mettere in piedi un suo laboratorio politico, spinto da quegli stessi consiglieri che ieri lo hanno “accoltellato”. Qualcuno pensava a lui come possibile segretario provinciale, incorrendo nei veti di colui che nel Pd dantescamente “tutto move”. Intanto c'era già chi studiava come liberarsene. La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso sarebbe arrivata dopo alcuni mesi, con la mancata firma al documento pro-Enzo Insardà segretario provinciale. Una resistenza che gli è costata, guarda caso, “la testa”. Perchè chiunque prova a mettere in discussione Censore, da anni nel Pd finisce nel tritacarne. Lunghissimo l'elenco dei militanti e dei dirigenti usati e poi silurati. Tra gli altri, toccò prima a Francesco De Nisi ( che aveva sostenuto Censore alle Regionali 2010) nella speranza vana di avere un concorrente in meno per le elezioni politiche. Poi a Pietro Giamborino, convinto a sostenere Mirabello con la garanzia che lui sarebbe stato il candidato unico per palazzo “Luigi Razza”, senza le primarie farsa. E infine anche a Stefano Soriano, mai candidato dal Pd alle ultime regionali come prevedeva un patto non scritto tra “galantuomini”. Ne sono venute fuori spaccature profonde. Con i colonnelli armati per anni uno contro l'altro. Ed uno solo a dettare i tempi e menare le danze, secondo una vecchia ma attualissima massima: “Divide et impera”.