Nuova udienza del processo che si sta svolgendo nel tribunale di Vibo Valentia. Diversi i retroscena che sono emersi nel corso della lunga deposizione

di MIMMO FAMULARO

Ha comandato la caserma dei carabinieri di Sant'Onofrio per quasi venti anni, tra il 1993 ed il 2012. Ora è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa nell'ambito del processo scaturito dall'operazione antimafia "Romanzo Criminale" che vede alla sbarra esponenti di spicco legati alla famiglia Patania di Stefanaconi. Tra gli imputati c'è anche il maresciallo Sebastiano Cannizzaro. Quello di oggi è stato per lui un giorno fondamentale. Nel corso della lunga udienza tenutasi al Tribunale di Vibo Valentia si è infatti sottoposto all'esame condotto dal pm antimafia Andrea Mancuso. Ha risposto alle domande, affrontato diversi argomenti, respinto tutte le accuse formulate nel capo di imputazione.

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Quell'informativa mai inviata.  Parte delle deposizione di Cannizzaro si è concentrata su una serie di denunce-querele presentate da Michele Mario Fiorillo ai carabinieri di Sant'Onofrio tra l'ottobre del 2010 ed il giugno del 2011, pochi mesi prima dell'agguato che gli costò la vita. L'agricoltore di Piscopio fu infatti ucciso su un terreno di sua proprietà, nella Vallata del Mesima, il 16 settembre dello stesso anno. Fu il delitto che scatenò la faida tra i "Piscopisani" e i Patania. "In quegli anni io mi occupavo - specifica Cannizzaro - prevalentemente di tutta l'attività delegata dalla Direzione distrettuale antimafia mentre dell'attività ordinaria si occupavano gli altri sottufficiali in servizio nella caserma di Sant'Onofrio. Fiorillo presentò diverse denunce-querele per pascolo abusivo. Una nell'ottobre del 2010 a distanza di un anno dai fatti e, quindi, tardiva. Le altre tra il febbraio del 2011 ed il giugno dello stesso anno. Denunce che furono acquisite dai marescialli Comparone e Caolo. Il 27 agosto del 2011 ho redatto un'informativa nella quale venivano riassunti tutte le querele presentate da Fiorillo dando il compito al maresciallo Comparone di stamparle e trasmetterle alle autorità competenti". Quelle denunce tornano d'attualità proprio un paio di settimane dopo quando nella Vallata del Mesima vengono assassinati Michele Mario Fiorillo e, due giorni dopo, Fortunato Patania. In quelle concitate ore al Comando provinciale dei carabinieri si svolge un briefing operativo. "Vengo contattato - racconta Cannizzaro - dal comandante della Compagnia per recarmi a Vibo e portare la copia delle denunce che consegno al maggiore Carrara alla presenza dell'allora comandante provinciale colonnello Roccia e dei capitani Migliavacca e Di Paolo". Consegna smentita da Carrara e confermata da Di Paolo nelle precedenti udienze. Cannizzaro scopre ufficialmente la mancata spedizione dell'informativa vergata il 27 agosto del 2011 solo a febbraio del 2012 quando gli viene notificato un avviso di conclusioni indagini preliminari. L'episodio genera anche un'accesa discussione tra il maresciallo Cannizzaro ed il maggiore Carrara. "Il mio comandante di Compagnia, Stefano Di Paolo, mi disse subito dopo: stai attento, ti vogliono fregare". Nell'udienza di ieri sono emerse alcune discrasie tra le date dell'informativa che Cannizzaro sostiene di aver redatto il 27 agosto del 2011 mentre la data posta sull'atto è del 17 settembre 2011, il giorno dopo l'omicidio Fiorillo. "Quella data - ha ribadito in aula il maresciallo - è falsa". Secondo la difesa qualcuno l'avrebbe manomessa. "E' tutto tracciato, il sistema dà la possibilità di verificare tutti i passaggi e possono essere effettuati accertamenti dettagliati. Invito il pm a fare una perizia - ha detto Cannizzaro rivolgendosi ad Andrea Mancuso - per vedere se sto dicendo la verità".

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Il rapporto con i Patania. Sebastiano Cannizzaro si è soffermato anche sulla famiglia Patania. "Mi sono interessato più volte di loro denunciandoli per pascolo abusivo, estorsione, furti ed anche intimidazioni. In una vecchia informativa - riferisce l'ex luogotenente della caserma dei carabinieri di Sant'Onofrio - ho anche ipotizzato che dietro il pascolo abusivo si nascondeva una vera e propria estorsione nei confronti di chi aveva appezzamenti di terra nella Vallata del Mesima allo scopo di estrometterli. Tra il 2009 ed il 2010 pregai il reparto operativo ad avviare un'indagine ma non fui ascoltato. In realtà i Patania stavano ricavando enormi benefici dai terreni acquistati all'epoca in quella zona dall'Italcementi per le loro estrazioni. Nato Patania risultò tra i mediatori di quelle compravendite". Cannizzaro ha quindi confermato la vicinanza tra la famiglia di Stefanaconi e i Mancuso di Limbadi, in particolare Giuseppe Mancuso, classe '49, legato da vincoli di amicizia al capostipite, Nato Patania, ucciso nella Vallata del Mesima il 18 settembre del 2011. "Nonostante questo collegamento - precisa Cannizzaro - i Patania hanno avuto autonomia operativa nella gestione della Vallata del Mesima. Mantenevano un certo equilibrio per muoversi liberamente nel territorio di loro interesse".

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Il maresciallo ed il sacerdote. Quanto ai rapporti con l'altro imputato "eccellente" del processo, don Salvatore Santaguida, il maresciallo Cannizzaro è stato chiaro: "Avevamo rapporti di carattere istituzionale e negli anni è subentrata una certa amicizia che non ha mai oltrepassato il confine delle rispettive funzioni. Don Salvatore - aggiunge - ha collaborato spesso e volentieri in attività a salvaguardia della legalità". Ed è stato per il maresciallo anche un valida fonte di informazioni. Come nell'organizzazione delle Affruntate che in quegli anni erano caratterizzate da incandescenti polemiche, ma anche nel caso della scomparsa dell'assicuratore Michele Penna, vittima di lupara bianca nell'ottobre del 2007. In confessione qualcuno disse a don Salvatore Santaguida dove si sarebbe potuto trovare il corpo del giovane. Un particolare che il parroco riferì a Cannizzaro. "Avevo avuto  - dichiara in aula l'ex carabiniere - avuto la notizia già da una fonte confidenziale. Non ho mai insistito per sapere qual'era la fonte di don Salvatore anche perché sapevo che aveva acquisito l'informazione nel segreto della confessione".

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Michele Penna

Il caso Penna e la "soffiata". Il lungo esame di Sebastiano Cannizzaro si è aperto proprio con quanto riferito in aula poco prima dalla madre di Michele Penna, Cristina Arcella che aveva raccontato di una "soffiata" ricevuta dal maresciallo Cannizzaro in ordine al luogo in cui era stato sepolto l'assicuratore. "Non si è trattato di una soffiata - ha precisato il maresciallo - ma di una informazione avuta da una fonte confidenziale tra la fine del febbraio ed il marzo del 2012. Ho fatto presente ai Penna che c'era questa notizia e ho detto loro se erano disposti a finanziare gli scavi. Cosa che avvenne successivamente grazie all'impegno del Comune. Iniziammo così questa nuova attività di ricerca dopo aver avvisato la mia scala gerarchica e, in particolare, l'allora comandante della Compagnia Stefano Di Paolo. Dopo due o tre giorni ho ricevuto la sua chiamata che ordinava di interrompere l'attività che doveva essere espletata dal Reparto operativo. L'ordine veniva riportato dall'allora capitano Di Paolo su iniziativa del maggiore Carrara sotto il cui comando sono poi proseguite le ricerche".