Vibo: Maria Limardo e la Giunta "della non sfiducia"
Vibo Valentia si conferma straordinario laboratorio politico e offre a commentatori ed analisti nuovi argomenti di riflessione (in realtà, vecchi, vecchissimi, ovvero da “prima repubblica”) riesumando una formula di andreottiana memoria: il governo della non sfiducia.
Innanzitutto, i fatti. In consiglio comunale arriva la delibera sulla revoca dell’adesione al Piano di riequilibrio finanziario a favore di nuove misure finalizzate a risanare le casse dell’Ente. Di sicuro, si tratta di argomento di vitale importanza per la sopravvivenza della Giunta Limardo, ma il gruppo di Città Futura, confermando di essere fuori dalla maggioranza, coerentemente non si presenta in aula.
Quello che era nell’aria ormai da un mese e mezzo si è così palesato plasticamente alla prima occasione utile. Il sindaco Maria Limardo sarebbe ai cosiddetti titoli di coda non avendo più una maggioranza a suo sostegno, ma… la cronaca impone l’utilizzo del condizionale perché i fatti dicono che, malgrado i numeri siano chiari, sindaco e giunta rimangono in sella.
“Questa amministrazione, nei fatti, non esiste più”, tuonano i consiglieri di opposizione (Pd, M5S, Progressisti e il solo Marco Miceli per Vibo Democratica) ed in effetti, se l’opposizione dovesse abbandonare l’aula, salta il numero legale e si appalesa l’impotenza dei troppo pochi rimasti a sostegno del sindaco.
Soccorso inatteso. Ed invece, ecco arrivare il soccorso inatteso, il meccanismo andreottiano della “non sfiducia”, che, con l’ausilio della stessa opposizione (è stato sufficiente la presenza di un solo consigliere) consente a Maria Limardo di restare in sella e farsi votare una pratica di bilancio, fondamentale a livello gestionale e di sopravvivenza dell’esecutivo comunale. La formula della cosiddetta “non sfiducia” nasce nel lontano 1976 ed è come se la Prima Repubblica si vendicasse sulla Seconda e da Vibo Valentia lanciasse un fuoco d'artificio di formule trite coniate da vecchi marpioni quali erano democristiani, comunisti, socialisti del tempo. Accade allora che, dopo le settimane estive di trattative per il rinnovo della giunta tra il fiorire di un campionario completo di convergenze parallele, consultazioni informali, staffette, ipotesi balneari e appelli d'emergenza, si delinea in Consiglio la formula della «non sfiducia» che evoca l'esperimento di quasi cinquant’anni fa: era il 1976 e il Pci di Berlinguer, arrivato ormai a un passo dal sorpasso, accordò l'astensione a un esecutivo monocolore Dc capitanato da Andreotti.
Coincidenza vuole anche nel 1976 fosse estate. A quel tempo, il parto politico generò una compagine che sopravvisse vivacchiando per un po’ di tempo passando alla storia come «governo della non sfiducia», così come il Divo Giulio lo battezzò affermando in Parlamento di puntare a «ottenere la fiducia o almeno la non sfiducia». Certo, furono quelli passaggi complessi di un’arte politica, tutta italiana, che proprio in quegli anni raggiunse una delle sue espressioni più raffinate. A Vibo Valentia le cose sono, invece, più banali e guardano direttamente all’eventualità di vedersi garantiti ulteriori mesi di sopravvivenza utili a mettersi in tasca lo stipendiuccio di consigliere comunale.
Ecco coniata la Giunta Limardo, quella della non sfiducia!
