Stammer 2, 'ndrine e narcotraffico: il sodalizio "galeotto" tra calabresi, brindisini e albanesi
I contatti e gli spostamenti lungo le rotte della droga avveniva con l'avallo e la partecipazione dei clan del Vibonese
Calabresi, brindisini ed albanesi: così erano tripartiti i tre sodalizi criminali dediti al fruttuoso traffico di stupefacente , disvelato dalla monumentale indagine promossa dalla Dda di Catanzaro. Salvatore Pititto e Salvatore Paladino alias “compare Turi” sono i principali protagonisti delle vicende criminali; al loro fianco compariranno Francesco Fiarè (detto “il dottore”), figlio del più noto Filippo Fiarè, esponente apicale della consorteria operante su San Gregorio d’Ippona il che si occupava di procurare marijuana, in attesa della definizione delle importazioni dall’Albania; Pasquale Pititto, capocosca della ‘ndrina Pititto-Prostamo-Iannello, egemone sul circondario di Mileto, il quale forniva apporto finanziario al cugino Salvatore per l’acquisto dello stupefacente, e Rocco Iannello, esponente di spicco del clan omonimo.
I ruoli. In posizione di stretta subordinazione emergono Massimo Pannaci, “braccio destro” e factotum di Salvatore Pititto, Fortunato Loschiavo, consuocero di Salvatore Pititto, al quale procurava automezzi per il trasporto dello stupefacente. A questi si affiancavano Giovanni Pastorello e Antonio Paladino, quest’ultimo figlio di Salvatore, con funzioni di supporto logistico, Giuseppe Pititto e Gianluca Pititto, entrambi figli di Salvatore, i quali si occupavano di smerciare la marijuana a Mileto, unitamente a Fortunato Baldo. Il sodalizio calabrese, per ragioni di convenienza, decideva ad un certo punto di rapportarsi con gli albanesi, saltando i brindisini. E così che il lucroso carico di stupefacente, dopo essere fatto sbarcare ad Ancona, veniva indirizzato in Lombardia, ove il Pannaci, unitamente a Giuseppe Petullà, e Antonio Massimiliano Varone, si sarebbe occupato dello smercio nell’hinterland milanese, accertando la disponibilità d’acquisto, anche da parte di Cristian Burzì e Domenico Mancuso. Rilevante in tal frangente il ruolo di Indrit Buja, nipote del capo del sodalizio albanese, ospitato a Mileto dai calabresi, pronto a recarsi a Milano in concomitanza dell’arrivo dello stupefacente. La frangia brindisina vedeva invece protagonisti Gianfranco Contestabile e Rosario Fioretti, oltre a Antonio Lococciolo e Antonio Zecca, cui si affiancava Fabio Melacca con il ruolo di “palo” a garanzia della “tranquilla” traversata dei motoscafi.
Le conversazioni telefoniche. Particolarmente prudente la frangia albanese, i cui sodali evitavano di intrattenere conversazioni telefoniche, limitandosi agli SMS; è stato così difficile per gli investigatori ricostruire il vertice del sodalizio, non disponendo di un riscontro visivo in loco. Il sodalizio disponeva di emissari che venivano inviati in Italia, anche solo per mantenere rapporti e contatti tra i “compari” italiani e l'organizzazione albanese della quale erano intranei. Spicca, in questo caso, Shefik Muho, albanese sempre pronto ad attraversarte l'Adriatico per fare la spola tra l’Albania ed il territorio nazionale, ove veniva ospitato dai brindisini, che si avvaleva della collaborazione di Elvis Hajdini, nipote di Dilaver Hajdini, recluso in forza di sentenza di condanna e per gli esiti investigativi dell'operazione “Gentleman”, condotta dalla DIA di Catanzaro.
