Il pentito Ieranò racconta dello scontro tra clan  e delle conseguenze per l'imprenditore Giuseppe "Pino" Cosentino, pratron di "Gicos"

Estorsione, intimidazione e intermediazione di due boss. Nella scontro tra i clan di Cinquefrondi sarebbe rimasto schiacciato l'imprenditore Giuseppe "Pino" Cosentino. Il pratron di "Gicos", ex presidente del Catanzaro calcio, rimasto coinvolto qualche mese fa nell'operazione "Money gate", è il protagonista della testimonianza del collaboratore di giustizia Rocco Ieranò, sentito ieri davanti al collegio del Tribunale di Palmi. Il processo, in cui è stato sentito il pentito della Piana di Gioia Tauro, è quello scaturito dall'operazione della Dda di Reggio Calabria denominato "Saggio compagno". Imputati, una parte degli arrestati considerati affiliati dalla locale di Cinquefrondi. 

Estorsione e ritorsione Tutto parte da un lavoro di sbancamento che avrebbe dovuto eseguire Renato Petullà, pezzo grosso della locale cinquefrondese, all’epoca latitante. Petullà non si sarebbe messo d'accordo sul prezzo e il proprietario del fondo dà il lavoro a Ieranò. Il camion Ieranò viene incendiato e la colpa dell'accaduto ricade su Petullà. Ieranò, secondo quanto ha dichiarato nel corso dell'udienza, si vendica incendiando un deposito della società “Gicos” di proprietà di Giuseppe Cosentino. «Cosentino - racconta il collaboratore - pagava 10mila euro all’anno a Renato Petullà a titolo di guardiania». 

L'intermediazione dei boss Ieranò racconta al pm che Cosentino sarebbe rimasto spiazzato perché, nonostante la presunta estorsione pagata ai Petullà, era vittima di una intimidazione. L’imprenditore, ha detto il collaboratore, per risolvere quella situazione si sarebbe rivolto ai boss di altre locali. Prima ci sarebbe stata una “visita” a Cinquefrondi di Francesco Pesce, detto “testuni” a Giuseppe Foriglio per capire il perché di quell’intimidazione, poi un incontro a Nicotera Marina dei membri della locale di Cinquefrondi, con Pantaleone Mancuso. Il boss di Limbadi avrebbe presentato un’offerta alle cosche cinquefrondesi per lasciare in pace Cosentino. L’imprenditore era proprietario di un terreno nel quale era intenzionato a costruire delle villette. La proposta prevedeva lavoro per tutti nella costruzione degli immobili.