Addio a Ginevra, lo spirito puro della Calabria
Il viaggio di Ginevra finisce insieme al mese più freddo dell'anno. Una coincidenza banale che, però, metastatizza ulteriormente il dolore. Gennaio rende fredde tutte le cose, come la morte, gela con i suoi tentacoli, i corpi su cui si posa. Doveva durare tutti i mesi dell'anno il viaggio di Ginevra, per tantissimi anni ancora, passare per tutte le stagioni a ripetizione. Glielo aveva promesso sua madre, tutte le madri lo fanno con i figli quando nascono, ma è stato brutalmente interrotto. Le forze del male, quelle in cui miseramente vaneggia il potere e si dissolve il senso dell'umano, hanno voluto che andasse così. Dissacrando la sua vita e la maternità della donna che l'ha concepita.
Da Mesoraca a Crotone, da Crotone a Catanzaro, da Catanzaro in volo militare fino a Roma, da Roma in picchiata verso il Paradiso.
La morte di Ginevra è avvenuta prestissimo. Una svolta improvvisa nei suoi appena 24 mesi di vita. Un ribaltamento repentino della gioia in dolore. Senza neppure avere avuto il tempo di avvisare sua madre. Parlare con lei, da donna a donna, del più e del meno di ciò che andava mutandosi dentro e intorno a loro. Concordare i modi per i saluti. Scambiarsi i termini intimi della rassegnazione. I codici con cui ritrovarsi almeno di notte, nei sogni.
Al lutto di Ginevra, nessuno, tranne sua madre, l'afflitta, ha il diritto di versare lacrime e sangue. Siamo tutti colpevoli contro di lei. Tutti impresentabili ai piedi dell'altare davanti al quale verrà deposta la sua cassa bianca. Il nome Ginevra deriva dal gallese Gwenhwyfar. Gwen, che vuol dire "bianco", "puro" -, e hwyfar, che vuol dire "spirito". Uno spirito puro, tra gli impuri. I corrotti dal vizio. La Calabria è un'emergenza senza fine. Una confinata malura. Che incomincia nell'inadeguatezza delle nostre coscienze e finisce nella mistificazione dei diritti e dei valori morali e civili, politici e sociali, morali e umani di quella stessa società che, come uomini e donne, immeritatamente rappresentiamo.
Niente lotte, zero rivoluzioni. Figli che partono, e come Ginevra non tornano più. Un tragicomico destino davanti al quale ci si ritrova sistematicamente incapaci di reagire.
È triste la storia dei calabresi. I calabresi più tristi ancora della loro storia. La malasanità è un pungolo ingrato che sconvolge i piani e distruggere spregiudicatamente i sogni. Frammenta le comunità, le indebolisce, le impoverisce, le dissolve sparigliando finanche le benedette, sacre famiglie.
La malasanità ha raso al suo Mesoraca, l'ha indebolita, distrutta. Una ferita che neppure gli dei greci di Capo Colonna potranno mai rimarginare. Ma soprattutto gli sarà impossibile perdonare.
Emigrare (per salute), a soli due anni, come se gli anni pari fossero una perfetta coppia d'ali da spiegare ad alta quota, dalla Calabria verso il resto d'Italia, d'Europa, o del mondo, è triste. Non tornare mai più, è terribile. Tornare, e per chiedere alla terra da cui si è partiti (la propria), di essere umilmente seppelliti, è devastante. Maledettamente inaccettabile. Disumano. Anticostituzionale.
Ginevra è morta. Il viaggio verso il Bambino Gesù di Roma non l'ha salvata. Troppo tardi, è un tempo non concede tregua. La sua unica colpa è essere nata in Calabria, dove non esiste una terapia intensiva pediatrica complessa. Dove la sanità è più mala della morte. E' un limite, una barriera, un disfacimento totale. Una manovra, un rodaggio, un adattamento che non si sa consolidare. La Calabria, con la morte della piccola Ginevra, racconta una delle pagine peggiori della sua storia. Troppe, infinitesimali le sue distrofie. E o si rialza la testa, tutti quanti siamo, tutti insieme, adesso, o in questa terra, cara e amara, giunta è l'ora di abbattere le case, abbandonare le terre, mettere i lucchetti alle porte dei palazzi, i lenzuoli bianchi al posto delle bandiere dei comuni, e partire. In massa. Strade strade, campagna campagne, lidi lidi. Lasciarsi alle spalle il Pollino. E andare lontano.
La CALABRIA, diranno, HA CHIUSO PER MANCANZA DI TUTTO. Anche di noi stessi, aggiungeremo noi. Per le lotte inesistenti, i fronti di resistenza venduti.
Nessuno può passare dritto davanti al corpo freddo di Ginevra. Né oggi né mai. Neppure davanti agli occhi smarriti di sua madre. Questo è un lutto che ha tante colpe che vanno espiate. Un lutto di cui prendere collettivamente coscienza. Affinché Ginevra non muoia più. E a sua madre non tocchi consolare altre madri come lei. Perdonare è un atto di coraggio. Ginevra lo avrà già fatto. Troppo magnanime le bimbe come lei. Io purtroppo ancora non ci riesco. Né a perdonare me stessa né la Calabria. Le madri non devono piangere i propri figli, e quaggiù succede troppo ancora troppo spesso. E senza che nessuno si assuma mai le proprie responsabilità. Fermando la più bestiale delle emorragie: la sanitaria. Non un PNRR ma un PRRR. Un piano Regionale di Ripresa e Resilienza, che consenta ai calabresi di continuare a vivere.
Una terapia intensiva pediatrica complessa, subito. E che porti il nome di Ginevra di Mesoraca.
