'Ndrangheta nel Vibonese: il pentito fa tremare il clan (NOMI)
Dal potere incontrastato nella zona dell’Ariola alla latitanza di Francesco Maiolo, fino all’odio per l’omicidio del padre e dello zio: sono questi alcuni dei temi affrontati dal collaboratore di giustizia Francesco Salvatore Fortuna, ex killer della cosca Bonavota, nei verbali resi il 14 e 24 ottobre 2024 ai magistrati della Dda di Catanzaro, Antonio De Bernardo e Andrea Giuseppe Buzzelli, nell’ambito dell’inchiesta “Habanero”. Fortuna racconta di aver conosciuto Francesco Maiolo a Milano, spiegando che era “referente su Torino della ‘ndrina di Acquaro” e che nel 2015, durante la latitanza, veniva nascosto dai Bonavota a Sant’Onofrio.
“Stava con noi qualche settimana, poi tornava qualche giorno dalle sue parti e rientrava”. Il latitante, secondo il pentito, si spostava grazie a uomini di fiducia: “Erano persone vicinissime a lui, gestivano i suoi movimenti e lo riportavano nel suo paese”. Fortuna aggiunge che i Maiolo comandavano su Acquaro e comuni limitrofi, in alleanza con il clan Emanuele di Gerocarne: “Il vero capo era Bruno Emanuele, anche se formalmente la locale faceva capo ad Antonio Altamura”. Per chiarire i rapporti di forza, il collaboratore afferma: “Altamura nella zona dell’Ariola era come Oppedisano a Rosarno: se parlava Emanuele, nessuno osava contraddirlo”. Centrale anche il racconto sul rancore di Francesco Maiolo verso Altamura, ritenuto coinvolto nella scomparsa del padre Rocco e dello zio Antonio, vittime di lupara bianca. “Mi disse che lui, il fratello Angelo e due cugini avevano compiuto un fatto grave, forse un duplice o triplice omicidio, e che una delle vittime era Francesco Gallace”. Fortuna riferisce che Maiolo in quell’occasione gli avrebbe raccontato anche l’ultimo giorno in cui vide suo padre, aggiungendo: “Qualcuno aveva già pagato, qualcun altro doveva ancora farlo”. La vendetta, però, non si sarebbe mai compiuta per un legame familiare con Francesco Capomolla, cugino dei Maiolo e nipote di Altamura. “Il fatto che fosse uno zio li tratteneva. L’ho rivisto in carcere nel 2016, sembrava avere problemi, era strano, non beveva nemmeno l’acqua degli altri detenuti”. Fortuna, assolto nel processo “Uova del Drago”, è stato condannato a trent’anni per due omicidi e ad altri trenta anni nel processo “Rinascita Scott”.
