Falso cieco nel Vibonese: non luogo a procedere per l'imputato (NOME)
Due anni dopo il sequestro da 100 mila euro e il clamore mediatico, il giudice accoglie la tesi della difesa. L'avvocato difensore: «L'opinione pubblica lo aveva già condannato, serve massima prudenza»
Si chiude con una sentenza di non luogo a procedere la vicenda giudiziaria che aveva coinvolto Francesco Zungri, finito al centro di un'inchiesta della Guardia di Finanza di Tropea e divenuto, nell'estate del 2024, il volto del presunto caso del "falso cieco" nel Vibonese.
All'epoca delle indagini, le Fiamme Gialle avevano disposto un sequestro di circa 100 mila euro nei confronti dell'uomo, ritenendo che avesse indebitamente percepito benefici legati allo stato di cecità assoluta. La notizia aveva avuto ampia eco sulla stampa locale e nazionale, alimentando un acceso dibattito anche sui social, dove il caso era stato rapidamente trasformato in un simbolo delle presunte truffe ai danni dello Stato.
A distanza di due anni, il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Vibo Valentia, Giuseppe Maccarone, ha pronunciato sentenza di non luogo a procedere, escludendo i presupposti per sostenere l'accusa in giudizio.
Secondo quanto evidenziato dalla difesa, il giudice ha condiviso integralmente la ricostruzione proposta dagli avvocati, ritenendo che non fosse emersa alcuna falsa attestazione dello stato di cecità idonea a trarre in inganno la commissione medica collegiale che, nel 2018, aveva riconosciuto a Zungri la condizione di cieco assoluto. Già nella fase cautelare, inoltre, la difesa era riuscita a ottenere una significativa riduzione dell'importo del sequestro disposto inizialmente.
Soddisfazione è stata espressa dall'avvocato Sandro D'Agostino, legale di Francesco Zungri, che ha sottolineato come la vicenda rappresenti un monito sull'importanza di valutare con equilibrio gli effetti delle misure cautelari e della loro esposizione mediatica.
«La vicenda processuale vissuta dal signor Zungri – afferma il difensore – ci ricorda ancora una volta quanto sia necessaria la massima prudenza nell'analizzare l'applicazione di misure cautelari. Prima ancora che potesse esercitare il proprio diritto di difesa, l'opinione pubblica lo aveva già condannato senza pietà».
Il legale evidenzia inoltre che il proprio assistito, sin dall'inizio dell'inchiesta, si era dichiarato disponibile a sottoporsi a qualsiasi accertamento medico. Durante l'udienza preliminare, sviluppatasi in più udienze, la difesa aveva chiesto di chiarire quale fosse la presunta falsa attestazione contestata e di sottoporre tutta la documentazione investigativa al vaglio di un perito nominato dal giudice.
«Accogliamo con grande soddisfazione questa decisione – conclude D'Agostino – perché ha escluso qualsiasi ragionevole probabilità di condanna, evitando al nostro assistito un processo che si sarebbe rivelato lungo e gravoso».
