Il maggiore Borrelli racconta la genesi dell'inchiesta contro i "Rango-Zingari"
Nella deposizione dell'ufficiale dell'Arma fatti inediti e una ricostruzione dettagliata su ruoli e gradi all'interno della cosca capeggiata da Rango e Bruzzese (oggi pentito)
Mancano solo pochi tasselli. E, poi, il mosaico del grande imbroglio che ha tenuto per decenni sotto scacco l’intera area urbana verrà definitivamente composto. È dal 2013 che i magistrati della Direzione distrettuale antimafia e gli uomini delle sezioni investigative di Arma e Polizia conducono una battaglia senza esclusione di colpi per la riaffermazione della legalità. Una battaglia che, proprio nel corso degli ultimi mesi, ha fatto segnare numerosi punti a favore della Dda che ha assestato colpi durissimi alle organizzazioni criminali operanti nella città capoluogo e nei centri limitrofi. Al centro di numerose attività investigative, la cosca che ha dettato tempi e modi di azione criminale allo scopo di inquinare l’economia sana infiltrando finanche le istituzioni e la politica: quella dei “Rango-Zingari”.

La lotta al malaffare a Cosenza e dintorni è stata condotta secondo precise fasi operative. Prima di innalzare il livello dello “scontro” con la politica, la Dda ha pensato bene di andare a intaccare il sistema criminale alla base, tentando di mettere alle corde gli uomini del clan deputati all’utilizzo dei metodi d’azione tipicamente mafiosi. Soltanto dopo, in un secondo momento, e grazie alla collaborazione di pentiti eccellenti (Adolfo Foggetti e Franco Bruzzese su tutti) ha iniziato a spulciare tra le carte e i documenti che dimostrerebbero l’esistenza di un filo rosso tra malavita e borghesia mafiosa per salire ai livelli sempre più alti della società, a partire della politica. Il secondo step dell’operazione pulizia avviata dalla Dda è ancora alle battute iniziali. Ma il primo sta già per arrivare alla fase conclusiva.
Proprio ieri, infatti, il processo al cosiddetto clan “Rango-Zingari” è entrato pienamente nel vivo con la deposizione del maggiore Michele Borrelli, capo del Nucleo investigativo del Comando provinciale dell’Arma e da sempre ufficiale dedito al contrasto alla criminalità organizzata. In attesa che, a breve, il gup distrettuale Tiziana Macrì si pronunci sulle posizioni dei presunti aderenti alla cosca che hanno chiesto di essere giudicati con rito abbreviato, il processo in ordinario che vede alla sbarra numerosi imputati (Franco Bruzzese, Daniele Lamanna, Francesco Vulcano, Antonio Chianello, Alessio Chianello, Stefano Carolei, Gianluca Cinelli, Gianluca Marsico, Sharon Intrieri, Jenny Intrieri, Anna Abbruzzese e Giovanni Fiore) ha vissuto un momento particolarmente interessante e importante ai fini della cristallizzazione dei fatti contestati. Il maggiore Borrelli è stato chiamato a deporre dal pm distrettuale Pierpaolo Bruni, che gli ha chiesto di ricostruire la genesi delle attività investigative che hanno condotto ai blitz approntati per sgominare la cosca. Borrelli, così, ha ripercorso le tappe della vicenda narrando anche particolari inediti sui rapporti tra gli uomini aderenti alla cosca.

Un dato su tutti, giusto per rendere l’idea: a parere dell’ufficiale dell’Arma i “Ragno-Zingari” non sono affatto soggetti improvvisati e dediti alla malavita per vezzo o chissà cosa. Si tratta, in realtà, di una cosca vera e propria, organizzata per ruoli e gradi e caratterizzata da un sistema verticistico. A capo del clan, Maurizio Rango e Franco Bruzzese, oggi pentito, ai quali Borrelli e i suoi uomini sono arrivati subito dopo che, lungo il Tirreno, era stata sgominata la cosca Serpa. Le attività contro gli uomini del malaffare cosentino nascono proprio da un filone di indagine che muove i primi passi dal ruolo di Adolfo Foggetti e Antonio Imbroinise "ciap ciap" che subito dopo la cattura dei Serpa acquisiranno per conto dei cosentini sempre maggiore prestigio criminale e autorità lungo il Tirreno. Sarà questo dato a condurre gli uomini di Arma e Polizia a effettuare le prime verifiche sui collegamenti con la città capoluogo e a scoprire l’esistenza di nuovi accordi tra “italiani” e “zingari” per togliere di mezzo la famiglia Bruni e quindi assumere il comando non soltanto nell’area urbana ma anche lungo il Tirreno appunto attraverso le “estensioni” rappresentante da Foggetti.

Il maggiore Borrelli, in aula (a presiedere il processo Enrico Di Dedda, con a latere Manuela Gallo e Maria Teresa Castiglione), ha così ripercorso le varie tappe della vicenda giudiziaria che ha condotto alla sbarra gli uomini dei clan, sottolineando anche il contributo fornito dai pentiti e in particolare da Adolfo Foggetti per il ritrovamento del cadavere di Luca Bruni e utilissimo a dimostrare che i sospetti degli inquirenti non erano affatto sbagliati: con la morte di Bruni era stato stipulato il patto che avrebbe consentito a Rango e Bruzzese di prendere definitivamente il controllo della città riorganizzando la cosca e dandole degli obiettivi ben precisi in materia di traffico di droga e di riscossione delle estorsioni.

Unica sarebbe stata la “bacinella” il cui controllo, come ruolo di contabile, sarebbe stato affidato a Ettore Sottile. In posizione verticistica, anche Luciano Impieri, Daniele Lamanna, Gennaro Presta e Antonio Bruzzese “Banana”, al quale era stato affidato il compito di gestire il traffico di droga. In ascesa, poi, Domenico Mignolo, coinvolto anche nei fatti di Marano Marchesato (danneggiamenti e minacce ad alcuni politici) e considerato il “pupillo” di Rango. Proprio in relazione a questo rapporto speciale, Borrelli ha riportato un episodio inedito: subito dopo l’arresto di Mignolo, Rango si recherà sotto le inferriate del carcere di Cosenza tentando di mettersi in contatto con lo stesso “Domenico” (che chiamerà per nome da sotto il muro di cinta) per comunicargli qualcosa; un particolare emerso anche dalle intercettazioni telefoniche. Su altri aspetti, il maggiore Michele Borrelli non ha potuto aggiungere ulteriori particolari sia perché alcune attività sono state condotte dalla Polizia sia perché altri aspetti sono inerenti potenziali altre attività investigative in corso.
Ieri stesso, in aula, sono state ascoltate alcune vittime della cosca. Tra queste, padre e figlio, titolari di una pizzeria centrata da diversi colpi di pistola proprio in un sabato sera affollatissimo del 2013. Un'intimidazione per costringere i due a versare la mazetta nelle casse del clan. Ma alla testimonianza resa ieri in aula hanno fatto da contraltare le deposizioni di Daniele Lamanna che, chiamato direttamente in causa e collegato in video conferenza, ha chiesto di poter parlare per contestare la ricostruzione affermando di non aver mai intimidito i titolari della pizzeria, ubicata tra l’altro vicino la sua abitazione. La prossima udienza del processo è fissata per il 28 aprile prossimo. A sfilare saranno ancora i testi della pubblica accusa.
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