Una vera e propria «agenzia interinale» della criminalità organizzata, capace di muovere squadre di operai e monopolizzare il settore dell'edilizia attraverso lo strumento dei subappalti, azzerando i rischi d'impresa e massimizzando i profitti delle cosche. È lo scenario inquietante che emerge dalle quasi 800 pagine di motivazioni della sentenza del processo "Factotum", firmata dal gup di Torino. L'inchiesta, che nel novembre 2025 si è conclusa in rito abbreviato con cinque condanne comprese tra i 3 anni e mezzo e gli quasi 12 anni di carcere, fotografa il radicamento della ’ndrangheta nell'hinterland torinese, in particolare tra i comuni di Carmagnola e Moncalieri.

La pena più pesante (11 anni e 10 mesi) è stata inflitta a Francesco D’Onofrio, originario di Vibo ed ex militante dei Colp già condannato in via definitiva per associazione mafiosa e ritenuto figura di spicco delle ’ndrine in Piemonte. Ma a far tremare il mondo del lavoro è la condanna a 8 anni e 10 mesi per associazione mafiosa inflitta a Domenico Ceravolo, 49 anni, ex impresario edile originario della Calabria e, fino al suo arresto nel settembre 2024, sindacalista di punta della Filca-Cisl piemontese (da cui è stato immediatamente allontanato).

Il sindacalista "factotum" a disposizione della ’ndrina

Il ritratto che il giudice traccia di Ceravolo è quello di un uomo a completa disposizione del sodalizio criminale di matrice vibonese. Sfruttando il proprio ruolo all'interno del sindacato degli edili, Ceravolo fungeva da perfetto intermediario: non appena intercettava informazioni su lavori edili da affidare in subappalto, si attivava immediatamente per indirizzarli verso imprese controllate o contigue alla ’ndrangheta.

Il meccanismo era oliato e sicuro, come annota il gup: «Il sistema ha consentito alla cosca di ottenere utili e vantaggi senza dover correre i rischi derivanti dall’infiltrazione nel sistema degli appalti: le imprese aggiudicatarie di lavori pubblici e privati talvolta cedevano quote di lavori ad aziende indicate dal sodalizio, talaltra ricorrevano a manodopera specializzata che il sodalizio stesso mobilitava, riconoscendo compensi ai vertici dell’associazione».

Ceravolo si muoveva come un tuttofare per la rete mafiosa: sbrigava pratiche burocratiche, procacciava contratti, offriva sostegno economico ai detenuti e ai latitanti d'oro (tra cui spicca il nome dell'ex primula rossa Pasquale Bonavota) e concordava testimonianze di favore.

Summit e viaggi a scrocco della Cisl

Dall'inchiesta emerge come il sindacato – del tutto ignaro e costituitosi parte civile nel processo – sia stato strumentalizzato e sfruttato economicamente dal condannato. Le stesse sedi ufficiali della Filca-Cisl a Torino (in via Morgari) e a Carmagnola (in via Rossini) venivano regolarmente utilizzate come basi per incontri riservati tra Ceravolo e i membri delle ’ndrine.

Non solo: il sindacalista utilizzava l'auto di servizio della Cisl per gli spostamenti e, a spese dell'organizzazione, ha effettuato tre viaggi a Lecce tra il 2021 e il 2022 per fare visita in carcere al boss Francesco D'Onofrio. Consapevole delle indagini, Ceravolo si era persino premurato di far «bonificare» la stessa vettura sindacale per scovare eventuali microspie degli inquirenti.

Il legame con D'Onofrio e il piano per screditare i pentiti

Nelle carte giudiziarie viene evidenziato il solidissimo legame tra Ceravolo e D’Onofrio. Sebbene i due evitassero con cura di parlarsi al telefono, gli incontri di persona erano costanti. Il sindacalista gestiva i rapporti del boss, tanto che gli imprenditori terzi dovevano passare da lui anche solo per poter parlare con il capoclan.

L'episodio chiave che conferma la totale sottomissione di Ceravolo alle dinamiche mafiose risale al febbraio 2023, quando l'uomo è stato chiamato a testimoniare nel maxi-processo "Rinascita-Scott" a Vibo Valentia (trasferta anche questa pagata dalla Cisl, e che costerà al sindacalista un'accusa per falsa testimonianza). Il gup subalpino ricostruisce i momenti precedenti e successivi a quel viaggio: Ceravolo ha fatto visita a D'Onofrio sia prima di imbarcarsi a Caselle, sia appena rientrato a Torino. L'obiettivo comune, svelato dalle intercettazioni, era quello di organizzare una strategia per screditare in aula il collaboratore di giustizia Andrea Mantella. Il pentito, infatti, stava rendendo dichiarazioni pesantissime sui loro conti e sul ruolo dello stesso D’Onofrio, già lambito in passato (con successiva archiviazione) dalle indagini sull'omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia.