Ad accusarlo era il testimone di giustizia Salvatore Barbagallo. Il pm della Dda Annamaria Frustaci aveva chiesto otto anni e nove mesi di reclusione

Il Tribunale collegiale di Vibo Valentia ha assolto dall'accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso Salvatore Mancuso, 50 anni, di Limbadi, ma da tempo residente a Giussano in Lombardia. Accolta quindi la tesi dell'avvocato Francesco Stilo che difendeva il figlio di Francesco Mancuso, il "patriarca" della nota famiglia di Limbadi. Ad accusarlo era il testimone di giustizia Salvatore Barbagallo che si era costituito parte civile insieme alla moglie nel processo. Nei confronti di Salvatore Mancuso il pm della Direzione distrettuale antimafia Annamaria Frustaci aveva chiesto otto anni e nove mesi di reclusione, ma l'impianto accusatorio non ha retto in sede dibattimentale e Salvatore Mancuso è stato assoluto con formula piena.

Salvatore Mancuso

Il profilo. Salvatore Mancuso è figlio di Ciccio Mancuso, ritenuto il capo storico della “famiglia”, deceduto il 17 agosto 1997 per un male incurabile. Si tratta dello stesso Francesco, “Ciccio”, Mancuso, che nel 1983 si candidò alla carica di consigliere comunale nel Comune di Limbadi risultando il secondo degli eletti pur essendo all’epoca latitante. L’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, appresa la notizia, sciolse d’autorità quel Consiglio comunale subito dopo le elezioni impedendone l’insediamento. Si trattò del primo scioglimento per mafia in Italia di un Consiglio comunale, pur non esistendo all’epoca una legge sullo scioglimento per infiltrazioni mafiose degli enti locali.  Salvatore Mancuso, non è nuovo alle cronache giudiziarie. E’ stato infatti già condannato dal Tribunale di Monza per usura, reati legati agli stupefacenti e detenzione illegale di un consistente arsenale di armi da guerra rinvenuto in un box di Seregno. Il Tribunale di Monza aveva poi trasmesso gli atti alla Procura di Milano per procedere contro Mancuso in ordine al reato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, mentre la Dda di Catanzaro l’aveva tratto in arresto per due episodi di estorsione aggravata dalle modalità mafiose nell’ambito dell’operazione “Time to Time” scattata nel 2010.