Non ci sono prove di pagamenti sottotraccia, irregolari vantaggi “acquisiti nell’ambito della concorrenza tra imprese operanti nel medesimo territorio, assunzioni privilegiate di personale o altro qualsivoglia elemento che possa indurre a ritenere Cavarretta persona collusa con l’ambiente mafioso in cui si trova ad operare e in cui diventa inevitabile avere saltuarie occasioni di incontri”.  Francesco Anselmo Cavarretta, definito la cassaforte del clan Arena, il socio Giuseppe Colacchio, i familiari Caterina Carchivi, Gregorio Cavarretta, Maria Rosa Belluomo Anello e Giuseppe Messina ritornano nella disponibilità dei beni milionari, “sigillati” tre anni fa.  La Corte di appello di Catanzaro, presieduta da Fabrizio Cosentino, dopo l’annullamento con rinvio disposto dalla Cassazione, ha accolto le istanze difensive dei legali Anna Marziano, Fabrizio Costarella, Giuseppe Gervasi, Giuseppe Barbuto, Piero Chiodo e Carmine Mancuso, decretando il dissequestro di un patrimonio milionario e la revoca della misura di prevenzione di 3 anni applicata a Cavarretta, noto anche come il re degli yacht.

I sigilli al patrimonio milionario.  Una vicenda iniziata l’1 marzo 2017 quando il Tribunale di Crotone aveva disposto su richiesta della Dda di Catanzaro un provvedimento di sequestro di beni mobili, immobili, disponibilità finanziarie e partecipazioni societarie per un valore di circa 21 milioni di euro. In particolare erano stati posti i sigilli sulle partecipazioni in 13 società in Calabria, Lombardia e Toscana, aventi per oggetto sociale l'attività nautica/cantieristica, immobiliare ed alberghiera; un complesso turistico-ricettivo, con annessa azienda agricola estesa e due opifici. Sigilli a tre immobili a Crotone, Isola di Capo Rizzuto e Cotronei, un terreno edificabile di circa 43 mila metri quadri a Le Castella, due auto e un quad, quattro polizze assicurative sulla vita per un valore di oltre un milione di euro e un bar. La Corte di appello aveva poi confermato il provvedimento il 9 marzo 2018 in base ad una serie di elementi: dalla vicinanza di Cavarretta con il clan Arena, all’attribuzione fittizia della titolarità di un terreno a Isola Capo Rizzuto alla società di capitali Milano Marittima. Tra l’altro, da una verifica della Guardia di finanza sarebbe emersa la sproporzione tra quanto dichiarato e la situazione patrimoniale, in riferimento al fallimento della società di capitali Catarsi srl, voluto,  per realizzare e manutenere la fattoria “Il Borghetto”, elegante struttura turistico-ricetiva nei pressi della propria abitazione, intestata alla società Ita srl. I giudici di secondo grado a conferma della pericolosità sociale di Cavarretta, aveva fatto leva anche sul dichiarato di tre collaboratori di giustizia: Giuseppe Vrenna, Luigi Bonaventura e Giuseppe Giglio.




Nessuna pericolosità sociale. Ma a parere della Corte di appello bis, si è in presenza di rivelazioni in parte non attuali e in parte non riscontrate in atti.  Vrenna riferisce di aver ricevuto da Cavarretta nel 2000 un omaggio in denaro di venti milioni di lire da Cavarretta, presentato da Mario Esposito affiliato al clan Arena, che lo descrive come un imprenditore benestante che si stava facendo strada nella fabbrica di costruzioni e barche. Anche Bonaventura si riferisce a fatti datati nel tempo quando lo indica come un uomo dedito a praticare usura. Giuseppe Giglio, l’ imprenditore arrestato nell’ambito del processo Aemilia, lo descrive come persona vicina al clan Arena, ma al contempo sottoposto a pretese economiche da parte dei Nicoscia. Secondo il pentito, Cavarretta nel 2014 aveva intenzione di realizzare un villaggio turistico in località Le Castella e l’avrebbe potuto fare solo intestando il terreno a Pino Colacchio, persona che aveva il potere secondo il collaboratore, di cooptare nell’affare tutti gli ‘ndranghetisti isolani.  Da un lato, secondo la Corte di appello bis, quindi si fa riferimento alla figura di un imprenditore sottoposto al pagamento del pizzo, vittima e non sodale, dall’altro ad un episodio privo di riscontri. Per i giudici di appello una volta venuto meno il presupposto della pericolosità sociale di Cavarretta, “sarebbe superfluo verificare il profilo patrimoniale dove non sia possibile delineare un perimetro temporale di comprovata adesione ai gruppi mafiosi e gli illeciti arricchimenti” .

L’impresa di famiglia.  Del resto Giuseppe Colacchio titolare all’85 per cento delle quote di Milano Marittima è stato assolto dal reato di intestazione fittizia dei beni dalla Corte di appello di Catanzaro, Giuseppe Messina ha dimostrato la provenienza lecita dell’appartamento ricevuto in donazione da Cavarretta nel 2015, così come dimostrata la liceità dei beni intestati a Carchivi, Gregorio Cavarretta e Belluomo . “Quel che emerge dagli atti dunque è al più un’attività economica di Cavarretta, che coinvolge nei propri investimenti i familiari, senza che si possa trarre un anche solo indiretto interessamento degli Arena” negli affari dello stesso imprenditore.