Appena due condanne a fronte di ben 43 imputati: questa la sentenza nell'ambito del processo scaturito dall'operazione sulla truffa alle assicurazioni in provincia di Vibo. Il tribunale, presieduta dal giudice Tiziana Macrì ha condannato a due anni di carcere, pena sospesa, Domenicantonio Arena, Giovanni Battista Arena e Molina Mylene. Raffica di assoluzioni e non luogo a procedere per gli altri imputati.

"Dirty Business". L'inchiesta, denominata in codice "Dirty Business", ruotava intorno ad una serie di incidenti e certificati medici ritenuti fasulli dagli inquirenti. Fasulli, secondo gli investigatori,  i certificati sottoscritti per ottenere agevolazioni e fasulli anche i testimoni oculari. Tutto è iniziato nel 2011 quando un'agenzia ha presentato denuncia ai carabinieri lamentando anomalie nella presentazione di documentazione medica da parte di persone vittime di incidenti stradali con relative richieste di risarcimento danni.  Troppe le anomalie e troppi gli episodi. Così la società ha deciso di ricorrere all'ausilio di un'agenzia di investigazioni privati e accertato che molti clienti non avevano mai fatto ricorso ad alcuna cura. Da qui è dunque scattata l'indagine avviata dalla Stazione dei carabinieri di Vibo allora guidata dal luogotenente Nazzareno Lopreiato, che ha avviato una serie di perquisizioni, iscritto sul registro degli indagati il titolare di un'agenzia di Mesiano, la "Ad Service" di Domenicoantonio Arena, 41 anni di Paravati. Insieme a Giovanbattista Arena, 31 anni di San Calogero, è ritenuto il promotore di quello che per gli inquirenti sarebbe un vero e proprio sodalizio.

L'ipotesi accusatoria. Secondo gli inquirenti si mettevano in scena gli incidenti mai avvenuti o accaduti con dinamiche diverse da quelle riportate alla compagnia di assicurazione, mediante la falsificazione dei documenti; poi la certificazione sanitaria veniva quasi sistematicamente vergata da uno o più medici in servizio al Pronto Soccorso dell'Ospedale Civile di Tropea dove si presentavano i presunti feriti. E ancora: parte della certificazione di prolungamento della malattia veniva poi redatta direttamente dagli organizzatori della truffa, utilizzando carta intestata Asp, facente riferimento al reparto di ortopedia dell'ospedale di Vibo attraverso la falsificazione della firma del sanitario. La fase successiva era quella dell'inoltro alla compagnia assicurativa dei documenti fraudolenti, al fine di ottenere la liquidazione del risarcimento dei danni. Risarcimento che sovente si otteneva anche per evitare sul nascere potenziali contenziosi civili.  I carabinieri hanno quindi ricostruito una cinquantina di incidenti stradali avvenuti con le stesse modalità. Fino ad arrivare al processo per 65 persone, poi divenute 43. E ad appena tre condanne.