Le pressioni illecite per sbloccare una pratica edilizia, le minacce dirette ai funzionari pubblici per evitare i controlli nei cantieri e i prestiti a tassi usurari. Nei piccoli comuni del nord della provincia di Varese, la criminalità imponeva la propria legge sfruttando la forza intimidatoria di cognomi storicamente legati al malaffare.

Un sistema criminale che è stato smantellato dal Tribunale di Varese, dove il collegio giudicante ha inflitto pesanti condanne ai 12 imputati alla sbarra. I giudici hanno accolto l'impianto accusatorio del pubblico ministero della DDA di Milano, Giovanni Tarzia, riconoscendo l'aggravante del metodo mafioso. Per alcuni dei condannati, le pene stabilite dal giudice sono state persino superiori rispetto alle richieste avanzate dalla procura.

L'intera vicenda giudiziaria affonda le radici in un'indagine partita quasi dieci anni fa, denominata operazione "Nerone", avviata in seguito a una scia di roghi dolosi di automobili e furgoni nella zona tra la Valganna e la Valmarchirolo. Quelli che sembravano atti di vandalismo si sono rivelati incendi a scopo intimidatorio, la punta dell'iceberg di un sodalizio ben più strutturato.

La figura centrale del processo è Giuseppe Torcasio, noto come "Zio Pino" (classe 1956). Originario di Lamezia Terme, Torcasio è ritenuto dagli inquirenti legato alla potente cosca calabrese dei Giampà, anche in virtù della parentela con Vincenzo Torcasio ("u Niru"), già condannato in via definitiva per associazione mafiosa nel 2017. Secondo l'accusa, era proprio questo legame di sangue a garantire al gruppo la "forza di intimidazione" necessaria per riscuotere crediti usurai, orientare affari e pratiche edilizie locali e recuperare i soldi legati alle partite di droga (sebbene i reati di spaccio siano ormai caduti in prescrizione).

Il minuzioso lavoro investigativo dei Carabinieri del Reparto Operativo di Varese ha fatto leva su un massiccio utilizzo di intercettazioni ambientali e telefoniche, tracciamenti GPS e microspie piazzate ovunque: dalle vetture fino ai capanni agricoli, bar e ristoranti usati come basi logistiche.ertà

La pena più severa è stata inflitta proprio a Giuseppe Torcasio, condannato a 13 anni di reclusione. Prima ancora della lettura del verdetto, l'imputato aveva professato la propria innocenza fuori dall'aula, annunciando ricorso fino alla Cassazione. Complessivamente, le condanne per l'intero gruppo sfiorano i 70 anni di carcere, con pene scalari fino a un anno e otto mesi per i ruoli considerati marginali. I legali della difesa attendono ora i 90 giorni previsti per il deposito delle motivazioni per presentare appello.