Braccianti arsi vivi in Calabria, l'amico di uno dei killer: "Mi ha detto che è stato lui a dare fuoco"
Confessione all’amico e testimonianze chiave nell’inchiesta sulla strage dei braccianti
Una telefonata, una presunta confessione e il riconoscimento effettuato da un carabiniere fuori servizio sono tra gli elementi che hanno portato al fermo di Ali Raza e Safeer Ahmed nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di quattro braccianti stranieri, deceduti in un’auto incendiata.
A dare l’allarme ai militari sarebbe stato un lavoratore agricolo che, dopo avere appreso della tragedia, ha contattato un amico. Nel corso della conversazione, secondo quanto riferito agli investigatori, Ali Raza avrebbe dichiarato: «La macchina è mia, gli ho dato fuoco per ammazzare chi c’era dentro». Parole che hanno spinto il testimone a rivolgersi immediatamente ai carabinieri.
Secondo la ricostruzione investigativa, all’origine della vicenda vi sarebbero tensioni maturate nell’ambiente lavorativo e legate alle condizioni dei braccianti. Un contributo ritenuto rilevante dagli inquirenti è arrivato anche da un carabiniere libero dal servizio che, poco prima del rogo, aveva notato la vettura e richiamato il conducente per alcune manovre ritenute pericolose. Successivamente il militare avrebbe riconosciuto in Ali Raza l’uomo visto alla guida.
Le indagini proseguono per chiarire ogni aspetto della vicenda e verificare il movente del delitto. Le accuse contestate agli indagati dovranno comunque essere accertate nelle successive fasi processuali, nel rispetto della presunzione di innocenza.
