Sangue e droga sull’asse Catania-Vibo: arrestato il figlio del boss
Operazione antimafia tra Sicilia e Calabria: risolto il giallo del brutale omicidio del gennaio scorso. Il cadavere della vittima fu bruciato per cancellare le tracce del regolamento di conti
Un’esecuzione spietata, seguita dal tentativo di far svanire nel nulla ogni prova attraverso il fuoco. È questo il macabro scenario ricostruito dai Carabinieri dei Comandi Provinciali di Catania e Siracusa che, alle prime luci dell’alba, hanno smantellato un pericoloso asse criminale operativo tra l’area etnea, il siracusano e la provincia di Vibo Valentia.
L'ordinanza di custodia cautelare, emessa dal GIP del Tribunale di Catania su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, ha colpito due soggetti ritenuti i responsabili di un efferato delitto avvenuto nel gennaio 2026.
Tra i destinatari del provvedimento spicca un nome che scuote gli equilibri della malavita organizzata: si tratta del figlio di un esponente di vertice del clan “Cappello-Bonaccorsi”, storica compagine mafiosa catanese. Le accuse nei suoi confronti, e verso il secondo indagato, sono pesantissime: omicidio aggravato dal metodo mafioso, soppressione di cadavere, porto abusivo di armi da fuoco e danneggiamento seguito da incendio.
Secondo gli inquirenti della DDA etnea, che hanno lavorato in stretta sinergia con la Procura di Siracusa, il delitto sarebbe il culmine di una violenta escalation di dissidi interni al mondo del narcotraffico. La vittima sarebbe stata uccisa a colpi d'arma da fuoco e il suo corpo successivamente dato alle fiamme all'interno di un veicolo per ostacolare le identificazioni e distruggere le evidenze forensi.
L'indagine ha visto in campo l'eccellenza investigativa dell'Arma. Fondamentali sono stati i rilievi scientifici effettuati dal R.I.S. di Messina, che hanno permesso di isolare tracce decisive nonostante il tentativo di distruzione del cadavere. Al blitz di questa mattina hanno partecipato anche lo Squadrone Eliportato “Cacciatori Sicilia”, i nuclei cinofili e le unità elicotteriste, a testimonianza della pericolosità dei soggetti catturati e della complessità del contesto territoriale in cui si muovevano.
