Confisca beni a vibonese: la Corte d’Appello revoca in parte il decreto (NOME)
La Corte d’Appello di Catanzaro ha parzialmente riformato il decreto di confisca emesso dal Tribunale nei confronti di Franco Idà e dei suoi familiari (rappresentati dagli avvocati Giuseppe di Renzo e Sergio Rotundo), al termine di un’articolata analisi sulla legittimità della provenienza dei beni sequestrati e sul periodo di pericolosità sociale accertato. I giudici hanno confermato l’impianto accusatorio per quanto riguarda la sproporzione tra redditi dichiarati e patrimonio posseduto, ritenendo attendibile il metodo di calcolo della Guardia di Finanza basato sulle spese medie per nucleo familiare nel Sud Italia. La pericolosità sociale qualificata di Franco Idà è stata riconosciuta per il periodo compreso tra il 2001 e il 2016, anni in cui l’uomo ha riportato condanne definitive per associazione mafiosa e traffico di droga.
Solo parziali le revoche: due immobili intestati alla moglie Caterina Emanuele sono stati restituiti, poiché acquistati con fondi tracciabili da finanziamenti del 2005 e 2007. Via libera anche alla restituzione di circa 134mila euro complessivi riconducibili a regalie nuziali per i figli Angela e Michele. Resta, invece, confermata la confisca per altri immobili, terreni e attività economiche, tra cui l’autosalone “Cars Idà”, per i quali non è stata fornita una giustificazione sufficiente della provvista economica, in un contesto di persistente sproporzione patrimoniale. Anche l’assunzione di Idà Franco nella società non è bastata a giustificare l’uso di numerose vetture aziendali.
La Corte ha inoltre respinto le richieste difensive di acquisizione di nuovi documenti bancari, ritenute “esplorative”, e ha chiarito che i brevi periodi di detenzione successivi al 2001 non hanno interrotto la continuità della condotta ritenuta pericolosa. Una sentenza, quella della Corte d’Appello, che ribadisce la linea della tolleranza zero nei confronti dell’accumulazione illecita di ricchezza, pur riconoscendo alcuni margini di restituzione laddove è emersa documentazione chiara sulla lecita provenienza dei fondi.
