Coronavirus, si lavora per messe all'aperto già fra un paio di settimane
Non solo rabbia e delusione, per i vescovi è tempo anche di appelli al governo, perché torni sui suoi passi e consenta la celebrazione della messa a porte aperte. All’indomani del decreto, che ha prolungato il divieto per ragioni di salute pubblica, scatenando la reazione della Conferenza episcopale italiana per la quale si è compromessa la libertà di culto, dall’episcopato si levano voci che provano a far breccia fra i distinguo nell’esecutivo. In primo luogo quelli dei ministri renziani Bellanova e Bonetti, i più espliciti nel manifestare la loro consonanza col sentire dei vertici ecclesiali.
L’arcivescovo di Chieti, Bruno Forte, parla così di "una disattenzione grave da parte dell’esecutivo in violazione dell’articolo 19 della Costituzione e dell’articolo 10 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea". Tuttavia a chi nel decreto ravvisa l’ultimo atto, il più eclatante, di una deriva laicista nel Paese, il teologo predica cautela: “Non credo si tratti di questo, siamo davanti piuttosto a una certa superficialità alla quale spero si ripari quanto prima. Per questo mi appello agli uomini di governo che vivono la fede cristiana cattolica: facciano valere la loro posizione a nome di milioni di cattolici che desiderano ritornare ai sacramenti. Questi non sono un optional della fede, ne rappresentano un nutrimento fondamentale“.
Le trattative fra Palazzo Chigi e Cei proseguono febbrili. Restano da superare le obiezioni del comitato tecnico scientifico sulla fase 2 dell'emergenza Covid-19. Per i tecnici meglio riprendere l'Eucarestia col popolo dopo il 25 maggio. Non prima, troppi rischi di una recrudescenza dei contagi. Persino i medici cattolici sposano la linea del rigore, stante “la situazione di pericolo reale per la comunità“.
