LA RIFLESSIONE | Mileto bella e ingrata. Adorabile e perfida
Mileto nel cuore e nell’anima per sempre. Nonostante le amarezze, le assenze e la fuga ragionata di oltre 40 anni fa. Una fuga dalle città della chiese che odora d’incenso e di passato vero. Un addio doloroso al luogo natio e senza voltarsi indietro per non correre il rischio di dover strappare il biglietto di sola andata. Una fuga notturna per non correre il rischio di doversi piegare al compromesso, all’inchino, all’inciucio e ai riti sinistri del comparaggio. Franco - il nome è di fantasia - lo incontriamo per caso all’uscita del cimitero comunale dopo una visita ai propri cari. I nostri sguardi si incrociano, si scrutano e a seguire si mescolano, ritrovando la brillantezza di un tempo, nell’afa del meriggio dove solo gli audaci e i folli osano sfidare le lame del sole. Tra i due sessantenni, eterni Peter Pan, il passato all’improvviso ritorna e diventa quasi presente. Le parole diventano racconto e i discorsi precipitano come dardi infuocati in “un come eravamo” degli anni Settanta-Ottanta. Ritornano a galla, storie, vicende, tradimenti, piccinerie della politica di un tempo, giornate gloriose, parate insensate, nastrini, coriandoli, fanfare mai tramontate e affetti che non ci sono più.
Franco, che è un raccontatore nato, non ha perso né lo smalto del tempo antico e neppure lo spirito critico e rivoluzionario che sono stati una costante della sua vita di uomo libero fuori dagli schemi e dal coro degli amanti del quieto vivere. Uno spirito indomito il suo che all’improvviso lo spinse, in silenzio, a partire.
“La mia scelta - ci dice - fu obbligata. La legge non scritta di allora ti imponeva di adeguarti o di fare i bagagli. Io scelsi di perseguire quest’ultima strada come atto di ribellione nei confronti dei potentati locali di quel tempo oscuro, politici e non, che facevano il bello e il cattivo tempo. Una realtà dove si premiavano solo i servi sciocchi e i magnifici cretini. I giovani pensanti non era graditi. Erano considerati dei folli da espellere, da emarginare costi quel che costi, perché turbavano l’ordine costituito e le comode tavolate degli amici degli amici o, come dicevi spesso tu, dei tanti galli cedroni in voga allora e, forse, mai del tutto scomparsi dalla scena.
Mi raccomando Vincenzo - ci intima Franco con audace candore - tutto questo lo devi scrivere”. Il nostro ci suggerisce anche la chiusa finale dell’articolo. “Mileto è stata per me bella e ingrata. Adorabile e perfida nello stesso tempo. Sentimenti espressi da uno dei suoi figli erranti che non l’hai mai dimenticata”. Fatto.
