'Ndrangheta, condannato a 12 anni boss del Vibonese (NOME)
Si è chiusa a Torino una significativa fase processuale relativa all’indagine “Factotum”, che ha acceso i riflettori sulla pervasiva presenza della 'ndrangheta nel Nord Ovest italiano.
Il Tribunale di Torino ha emesso pesanti condanne nei confronti degli imputati accusati di far parte o di essere contigui alle cosche attive nella zona. Tra i verdetti spiccano:
Francesco D’Onofrio, ritenuto dagli inquirenti una delle figure di spicco dell’organizzazione criminale nel Torinese, è stato condannato a 11 anni e 10 mesi di reclusione. D’Onofrio, noto in passato per la sua militanza nel gruppo di estrema sinistra Colp negli anni Ottanta, ha sempre respinto ogni accusa di collusione con la criminalità organizzata.
Domenico Ceravolo, ex sindacalista della Cisl, ha ricevuto una pena di 8 anni, 10 mesi e 20 giorni di carcere.
Durante il dibattimento, diversi enti istituzionali e civili si sono costituiti parte civile, tra cui i Comuni di Torino e Carmagnola, il sindacato e la Regione Piemonte, a testimonianza della gravità e della vasta portata degli illeciti contestati.
Mentre l’attenzione giudiziaria si concentra sulla lotta alla 'ndrangheta in Piemonte, un fascicolo storico è stato inaspettatamente riaperto a Milano: quello relativo all’omicidio del Procuratore Bruno Caccia, ucciso a Torino in un agguato nel 1983.
Secondo le prime informazioni trapelate dagli inquirenti, la riapertura dell’indagine è stata determinata dal ritrovamento di una pistola, un elemento che potrebbe offrire nuovi sviluppi sul delitto.
Per l'efferato omicidio del Procuratore Caccia, altre due persone sono state precedentemente condannate in via definitiva. Sebbene il nuovo filone investigativo sia ai suoi inizi, Francesco D'Onofrio – condannato nel processo "Factotum" – ha sempre categoricamente negato qualsiasi tipo di coinvolgimento o conoscenza dei fatti relativi a questo omicidio.
