Favorì la latitanza del figlio del boss Mancuso, giovane di Zungri ai domiciliari
Dal carcere ai domiciliari. Il Tribunale del Riesame di Catanzaro ha sostituito e alleggerito la misura cautelare nei confronti di Francesco Paolo Pugliese, 19 anni di Zungri, accusato di aver favorito la latitanza di Giuseppe Salvatore Mancuso, figlio del boss Pantaleone detto l'ingegnere e fratello di Emanuele, oggi collaboratore di giustizia. I giudici del Riesame-bis hanno accolto le argomentazioni presentate dai difensori del giovane, gli avvocati Francesco Schimio e Alessandro Restuccia.
Il blitz. La vicenda trae origine dal blitz compiuto nel novembre dello scorso anno dai carabinieri a Zaccanopoli, in provincia di Vibo Valentia. E' qui in una villetta alla periferia del piccolo centro dell'altopiano del Poro che Giuseppe Salvatore Mancuso si nascondeva. Era a casa di Francesco Paolo Pugliese, arrestato insieme a una cittadina della Repubblica Domenicana. Al momento dell’irruzione i carabinieri hanno trovato una pistola calibro 9 e soprattutto un fucile di precisione a lunga gittata con munizionamento e passamontagna. Così il 30enne rampollo di casa Mancuso si è visto interrompere l’irreperibilità iniziata poco prima del settembre del 2018 a seguito della notizia dell’avvio della collaborazione del fratello Emanuele con la Dda di Catanzaro. Da quel 27 novembre Pugliese era finito in carcere con l'accusa di detenzione di armi e ricettazione oltreché favoreggiamento. Il tutto aggravato per aver agevolato l'associazione mafiosa. Al gip di Vibo, che in prima istanza gli aveva negato la scarcerazione, il 19enne aveva ammesso di aver dato la disponibilità della casa e le chiavi a Mancuso negando ogni responsabilità circa la detenzione delle armi.
