Bancarotta fraudolenta e riciclaggio, un arresto e sequestro di beni per 5 milioni di euro nel Reggino
Si sarebbero associati tra di loro allo scopo di commettere una serie di reati in materia tributaria: dalla bancarotta fraudolenta al riciclaggio. E' l'ipotesi accusatoria con la quale la Procura della Repubblica di Reggio Calabria guidata da Giovanni Bombardieri ha chiesto e ottenuto dal gip del locale Tribunale l'esecuzione di un'ordinanza di due misure cautelari. Nei guai sono quindi finiti Vincenzo Morabito, 51 anni, per il quale si sono aperte le porte del carcere; e Giusi Larosa, 38 anni, destinataria di una misura interdittiva dall'esercizio di imprese o uffici direttivi per la durata di 12 mesi. Contestualmente i militari del Comando provinciale della guardia di finanza di Reggio Calabria, che hanno condotto le indagini con il supporto del Servizio centrale investigazione criminalità organizzata, hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo d’urgenza emesso dalla Direzione distrettuale antimafia nei confronti di Girolamo Strangi, Demetrio Rossini, Immacolata Leonardo e Giusi Larosa. Nel mirino dei finanzieri è finito un patrimonio di beni mobili e immobili a loro riconducibile ubicato nelle province di Reggio Calabria, Siena, Milano, Roma, Catania e Vicenza per un valore stimato in complessivi 5 milioni di euro.
Le misure cautelari costituiscono l’epilogo delle indagini condotte dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, in relazione ai fallimenti - dichiarati dal Tribunale di Reggio Calabria tra il 2010 e il 2015 di una serie di imprese già operanti nel settore del commercio di elettrodomestici ed apparecchi televisivi: “Gtm.com S.a.s.”, “Southware S.r.l.”, “F.D. Elettronics S.r.I.” e “GI.SA. S.r.l.”. "Le indagini svolte - spiegano gli inquirenti - hanno permesso di rilevare l’esistenza di una struttura organizzata, composta da 10 responsabili, dotata di un meccanismo ben collaudato, posta in essere con lo scopo precipuo di evadere le imposte in modo fraudolento e sistematico, sia attraverso l’emissione e l’utilizzo di fatture relative ad operazioni inesistenti sia attraverso l’omessa dichiarazione dei redditi prodotti, portando al fallimento le società non ritenute più idonee allo scopo illecito e riciclando i relativi proventi delittuosi; dominus – in termini commerciali e amministrativi – del sistema fraudolento è risultato essere Morabito Vincenzo".
Secondo l'accusa il sodalizio sarebbe stato diretto proprio da Morabito che distraeva e/o dissipava le merci e i beni aziendali nonché le relative disponibilità finanziarie mediante numerose operazioni bancarie (emissione di assegni, disposizione di bonifici dai conti corrente societari verso conti personali e cospicui prelevamenti in contanti) di valore sproporzionato rispetto alla consistenza patrimoniale della società, causandone il dissesto e la successiva bancarotta.
L'attività investigativa avrebbe svelato frequenti contatti tra Vincenzo Morabito e Girolamo Strangi afferenti a flussi finanziari giustificati da rapporti commerciali, apparentemente leciti, tra le società riconducibili alla loro occulta gestione, nonché avrebbe accertato l’esistenza di movimentazioni finanziarie da e verso un gruppo di sette società consortili di comodo, aventi sede legale nel Veronese riconducibili - a parere degli investigatori - allo stesso Strangi, formalmente amministrate da soggetti di origine calabrese gravati da numerosi precedenti penali e tutte dichiarate fallite, nonché bonifici eseguiti verso una società maltese amministrata da Giusi Larosa, all’epoca dei fatti convivente del Morabito e titolare di cariche in 5 società. "Con questi trasferimenti, effettuati anche in maniera frazionata per eludere la normativa antiriciclaggio ed ostacolarne la provenienza delittuosa, venivano “ripuliti” - aggiungono gli inquirenti - diversi milioni di euro, causando il dissesto e la successiva fraudolenta bancarotta delle società”.
