Omicidio nel Vibonese, il presunto responsabile affronterà il processo a piede libero
Il Tribunale del Riesame di Catanzaro ha respinto l'appello proposto dalla Procura distrettuale di Catanzaro avverso la scarcerazione per decorrenza termini nei confronti di Nazzareno Colace, difeso dagli avvocati Francesco Sabatino e Francesco Gambardella.
In precedenza l'Ufficio di Procura aveva richiesto una proroga dei termini di custodia cautelare sul presupposto che fossero necessarie ulteriori indagini a riscontro del neo-collaboratore Antonio Guastalegname, richiesta che a fronte delle opposizioni degli avvocati Sabatino e Gambardella, era stata respinta dal Gip di Catanzaro che aveva di conseguenza scarcerato il Colace.
In seguito all'impugnazione da parte del p.m. il Tribunale del Riesame accogliendo i rilievi dei difensori ha respinto l'appello e dunque Colace Nazzareno affronterà a piede libero il processo in Corte d'Assise la cui prima udienza è fissata per il 28 marzo 2023.
I fatti
Era la sera del 23 gennaio 1990 a Vibo Marina, quando Francesco Covato uscì di casa a bordo della sua autovettura, senza più fare ritorno. Le ricerche delle forze dell’ordine, avviate a seguito della denuncia del padre della vittima, portarono al solo rinvenimento della sua automobile, trovata nel parcheggio del stazione ferroviaria di Tropea. Da allora, nessuna traccia del ragazzo.
I carabinieri, al termine delle indagini, hanno dato esecuzione al provvedimento nei confronti Nazzareno Colace (classe 1964), pluripregiudicato ritenuto contiguo alla consorteria di 'ndrangheta dei Tripodi-Mantino di Porto Salvo e, nel 2016, già tratto in arresto nell’alveo dell’operazione “Costa Pulita”.
Il lavoro investigativo, ricostruito dalla Direzione Distrettuale Antimafia, culminato con una operazione condotta nel luglio del 2021, nonostante il lungo arco di tempo trascorso dalla scomparsa, ha permesso altresì di individuare il movente dell’efferato delitto. La sentenza di morte era infatti maturata in un contesto di vendetta personale e di riaffermazione del potere criminale da parte della famiglia Tripodi, egemone del territorio di Vibo Marina-Porto Salvo.
Anzitutto, il Colace avrebbe, secondo gli inquirenti, ucciso il giovane ed occultato il suo corpo, per vendicarsi di un agguato subito da quest’ultimo nel 1987, allorquando fu investito da una pioggia di proiettili mentre percorreva la Strada Statale 522. Al contempo, la cosca ha inteso fermare definitivamente l’irruenza del Covato, che da tempo imperversava per le strade di Vibo Marina, commettendo atti intimidatori e reati contro il patrimonio, senza il placet del citato gruppo criminale ed incurante dei dettami imposti dai codici 'ndraghetistici.
