Un patto di sangue che univa la costa alle montagne, tra riti di 'ndrangheta e una ferocia senza limiti. Le rivelazioni di Raffaele Moscato, l'ex sicario dei Piscopisani oggi collaboratore di giustizia, rappresentano il pilastro dell'operazione "Jerakarni". Grazie al suo legame di parentela con Linuccio Idà, Moscato ha goduto per anni di un "canale privilegiato" sui segreti del clan Emanuele di Gerocarne, svelando un mondo fatto di vedette, agguati e progetti di evasione spettacolari.

Nelle Preserre nulla sfuggiva all'occhio della cosca. Moscato racconta agli inquirenti della DDA di Catanzaro una tecnica di sorveglianza quasi militare: tra Soriano e Gerocarne, gli uomini degli Emanuele monitoravano ogni movimento delle forze dell'ordine con binocoli di precisione, appostati in punti strategici per individuare l'installazione di telecamere o l'arrivo delle gazzelle. Un controllo del territorio capillare che serviva a proteggere la latitanza dei boss e a garantire il successo della "faida dei boschi" contro i rivali Loielo.

Il capitolo più inquietante dei verbali riguarda il boss ergastolano Bruno Emanuele. Il clan avrebbe tentato più volte di farlo evadere durante i trasferimenti per i processi. Moscato riferisce di un agghiacciante summit con Giovanni Emmanuele, che propose un assalto frontale: «Voleva uccidere tutte le guardie della scorta, quattro o cinque agenti. Diceva che doveva essere chiamato "Il Sanguinario". Gli risposi di starsene a casa se quella era la sua testa: non potevano morire degli innocenti».

Il piano di fuga, che coinvolgeva anche i clan di Cassano allo Ionio, saltò solo grazie ai tempestivi arresti messi a segno dalla Polizia, che neutralizzarono il commando prima che potesse entrare in azione.

Le indagini hanno confermato un fitto intreccio di alleanze interprovinciali. Lo "scambio di favori" tra Bruno Emanuele e il boss cosentino Tonino Forastefano è l'esempio più vivido: l'uno avrebbe aiutato l'altro nell'eliminazione dei fratelli Loielo (nel 2002), ricevendone in cambio supporto per omicidi nel territorio sibarita.

Moscato descrive inoltre la disponibilità del gruppo di Gerocarne a fornire mezzi, armi e "braccia" per la guerra contro i Patania di Stefanaconi, con progetti di omicidi pianificati fin nei minimi dettagli, tra parrucche per i travestimenti e fucili calibro 12 già pronti all'uso. In questo scenario di violenza cieca si inserisce anche il tragico omicidio di Filippo Ceravolo, il giovane di 19 anni ucciso per errore nel 2012 durante un agguato destinato a un esponente dei clan, ferita ancora aperta per l'intera comunità vibonese.