Così la ’ndrangheta ha trasformato l’arte moderna in moneta per i clan (NOMI)
Il pentito, considerato "azionista" di spicco del clan: «Pagavamo i debiti della cosca con i quadri di Picasso e Fontana»
Non più solo il grigio del cemento o il bianco delle fatture false. La ’ndrangheta che ha messo radici in Veneto ha scoperto i colori accesi della Pop Art e i tagli concettuali dell’astrattismo, trasformando l’arte moderna in un sofisticato strumento di compensazione finanziaria. Nel corso dell'ultima udienza del processo “Isola Scaligera 2”, le parole del collaboratore di giustizia Domenico Mercurio hanno aperto uno squarcio inquietante su come i nomi di Pablo Picasso, Andy Warhol e Lucio Fontana siano finiti nei registri contabili informali della cellula veronese della cosca Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto.
Il "tesoretto" della Mondial Fruit
Al centro della deposizione di Mercurio, nipote di quel Santino Mercurio considerato "azionista" di spicco del clan, c’è la spoliazione della Mondial Fruit, società dell’imprenditore Stefano Zambon. Secondo il pentito, l’azienda non era solo un paravento per truffe bancarie da 30 milioni di euro, ma una vera e propria cassaforte di beni rifugio.
«Zambon aveva investito cifre colossali, circa 17 o 18 milioni di euro, in opere d’arte», ha spiegato Mercurio ai pubblici ministeri Stefano Buccini e Laura Cameli. Quando l’impalcatura finanziaria della società ha iniziato a scricchiolare sotto il peso dei debiti e delle pressioni dei soci, l’imprenditore si è rivolto al clan chiedendo protezione. La soluzione per tacitare i creditori più aggressivi non è arrivata dai conti correnti, ma dalle pareti: un lotto di cinque quadri "importanti", tra cui un Picasso e un Fontana, dal valore superiore al milione di euro, consegnati come garanzia e moneta di scambio.
L’ufficio legale della malavita
Il racconto di Mercurio descrive una scena quasi surreale avvenuta nel suo ufficio in Largo Caldera a Verona. Qui, le tele venivano visionate e valutate con la freddezza di un perito commerciale. «I quadri avevano i loro certificati, il loro prezzo, c’era poco da discutere», ha messo a verbale il collaboratore. Per convincere i creditori più scettici — gente che, per ammissione dello stesso Mercurio, «non capiva niente di arte» — il clan metteva in campo la propria capacità di intimidazione e i propri esperti di fiducia, come Leonardo Valbusa, incaricato di certificare la bontà dell'investimento.
L’operazione non era certo gratuita: per la mediazione mafiosa, Mercurio e il socio Rosario Capicchiano avevano pattuito una "parcella" di 80.000 euro, pagata man mano che i capolavori venivano piazzati sul mercato parallelo.
La fine del rito: l’affiliazione economica
L’aspetto forse più dirompente del processo veronese è la conferma della metamorfosi definitiva della criminalità organizzata al Nord. Mercurio ha dichiarato apertamente di non aver mai ricevuto un'affiliazione formale. «Il discorso del rito era stato superato», ha spiegato ai giudici. Nella "mafia degli affari", non serve più il giuramento di sangue: basta una fattura falsa, un guadagno facile o uno scambio di denaro per essere parte integrante del sistema.
Domenico Mercurio si è definito un «azionista economico», un tecnico della finanza illecita capace di "comprare" denaro cash dai cugini Giardino pagando commissioni del 30-35% su fatturazioni inesistenti. Un sistema che permetteva alla cosca di drenare liquidità dalle imprese venete, svuotandole dall’interno.
La parabola di questa vicenda si chiude con l’immagine di Stefano Zambon, l'imprenditore che aveva cercato rifugio nell'arte e nella protezione dei clan, braccato dai soci e dalla giustizia. Fuggito in Brasile, fu lo stesso Mercurio a raggiungerlo per consigliargli di consegnarsi. Un consiglio che Zambon seguì, atterrando in Italia per finire in manette, mentre i suoi Fontana e Warhol passavano di mano in mano tra i tavoli della ’ndrangheta scaligera.
