Con gli sbarchi che riprendono, le Procure ritornano ad accendere i riflettori sul business dei migranti che per anni ha trovato il prpprio cardine nei centri di accoglienza, vero e proprio terminale, talvolta, di quella speculazione dettata dai quattrini che il Viminale mette a disposizione. Ma non soltanto. Dietro gli sbarchi dei disperati, vivi o morti che siano, c’è una vera e propria speculazione tra la necessità di ricollocarli e quella di trattare le salme che puntualmente, purtroppo arrivano a riva a bordo delle Ong. Ultime in ordine di tempo, le quattro giunte a Vibo Marina, domenica scorsa, con la Sea-eye, dalla quale sono scese pure 48 persone vive, già ripartite alla volta dei centri di accoglienza di Umbria e Molise. E non è questo il male peggiore. Se si pensa che del business dei migranti si parla nelle pagine delle ordinanze di custodia cautelare delle più significative inchieste antindrangheta. E’ già accaduto -come riportato nei giorni scorsi dalla Gazzetta del Sud - e potrebbe ripetersi. Sulle tumulazioni nel cimitero di Bivona, nel periodo pre-Covid, prima che gli sbarchi venissero interrotti, la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro aveva acceso i riflettori, ad esempio, sui comepnsi di un’azienda che avrebbe incassato molto più di quanto avesse speso contestando al titolare l’ipotesi di reato di frode delle pubbliche forniture. Tanto che la dirigente comunale Adriana Teti si era precipitata a precisare di aver bloccato i compensi da dare all’impresa e averla denunciata in Procura. A tal proposito, l’ordinanza vergata dal gip Barbara Saccà metteva a nudo presunte omissioni nell’impiego del materiale previsto per legge e presunti raggiunti per introitare un pagamento maggiorato rispetto al servizio e al materiale reso, provocando danno erariale alle casse comunali.

Ed il business dei migranti è tornato d’attuale all’atto dell’inchiesta “Maestrale-Carthago”, con una nota professionista posta agli arresti domiciliari e poi scarcerata, con l’ipotesi accusatoria di truffa aggravata dalle modalità mafiose. Secondo la ricostruzione, insieme ad altri due soggetti avrebbe prodotto “un numero allo stato imprecisato di fatture per operazioni inesistenti nei confronti dell’associazione onlus "Da donna a donna" e della società cooperativa Abigail alle quali era stata affidata, rispettivamente, l’accoglienza dei minori non accompagnati per i Comuni di Mileto, Joppolo e Filadelfia e lo Sprar del Comune di Mileto”. In questo modo, sarebbe stato “indotto in errore il Comune di Vibo, ente capofila e deputato ad autorizzare la liquidazione delle spese relative all’accoglienza migranti per tutta la provincia”. Sia chiaro: accuse da confermare in sede dibattimentale ma che danno un’idea precisa di uno spaccato inquietante.