Non lasceranno il carcere Giuseppe Tuccio ed Emanuele Pezzano, i due soggetti finiti al centro dell'inchiesta sulla tentata estorsione ai danni della ditta impegnata nel restauro della Chiesa del SS. Rosario. La Corte di Cassazione ha infatti messo un punto fermo sulla misura cautelare, rigettando i ricorsi presentati dai legali dei due indagati e confermando la validità dell'impianto accusatorio che li vede contestati per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso.

L’indagine, coordinata dalla DDA di Reggio Calabria e portata avanti con rapidità dagli uomini della Squadra Mobile, ha preso slancio grazie a un elemento non scontato: il coraggio dell'imprenditore. Il titolare dell'impresa incaricata dei lavori non ha piegato la testa di fronte alle pretese dei clan, denunciando immediatamente le pressioni subite nel settembre del 2025.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Tuccio e Pezzano — muovendosi in sinergia con altri soggetti ancora in fase di identificazione — avrebbero tentato di imporre la classica "percentuale" sui lavori pubblici. Nello specifico, le richieste avanzate tra il 3 e il 23 settembre 2025 riguardavano il pagamento di una somma pari al 3% del valore totale dell’appalto e l'imposizione di personale scelto dai clan da inserire nell'organico del cantiere.

La Suprema Corte ha ritenuto infondate le contestazioni sollevate dalle difese contro l'ordinanza emessa nell'autunno scorso dai giudici reggini. Con questa decisione, la Cassazione ribadisce la solidità degli indizi e la necessità della massima misura restrittiva, confermando come la pressione della criminalità organizzata sui lavori di edilizia religiosa e pubblica nella Locride resti un fronte caldissimo per la magistratura.